ATHOS ONGARO "Otto sculture"
 
 

Saverio Vertone

Non so bene quale sia stato il cammino di Ongaro attraverso i materiali che usa, se abbia cominciato con il marmo o con il bronzo. Non credo neppure di aver visto le sue sculture secondo la successione naturale, voglio dire, secondo la comparsa del marmo, del bronzo o del mosaico. Ma sono convinto che la sua vita vada divisa in età (della pietra, del ferro e così via), come la storia delle civiltà primitive. Tra la sua opera e la conoscenza che ne ho permane una sfasatura incolmabile, di ordine per così dire archeologico. Ongaro ha cominciato probabilmente con il bronzo o con il marmo. lo invece con il mosaico, e sono arrivato adesso al legno, credo contemporaneamente a lui. Le opere precedenti le ho viste per la prima volta, à rebours, poco tempo fa.
I mosaici di Evelino e degli Scimmiati mi avevano letteralmente aggredito. Silenziosamente. Amabilmente. Come possono aggredire i fantasmi. Erano spettri di provincia, scemi di villaggio, maniaci da farmacia o da caffè, insomma maschere strapaesane. Ma con qualcosa di strano, qualcosa che non avevo mai visto prima per la mescolanza inconsueta di verismo e di artificio, per l'iperbole stravagante della realtà minuta e delle sue smorfie quotidiane; e anche per il dissidio latente tra la precisione lombrosiana delle fisionomie, la lontananza siderale della luce e la violenza dei colori frantumati dai vetri del mosaico.
Poiché il fasto della forma smentiva la banalità del contenuto, pensai che Ongaro volesse scavalcare la cosiddetta imitazione, la più minuziosa e clinica delle imitazioni, per prendere alle spalle sia i suoi scimuniti, sia noi. Pensai che ci volesse rinfacciare la realtà con le feroci moltiplicazioni dell'iperrealismo.
Adesso che ho visto tutto, o quasi, sono sicuro che Ongaro fa ben altro, anche se né lui né noi sappiamo bene che cosa faccia. Probabilmente è rimasto isolato in un mondo che lo smentisce giorno per giorno da qualche millennio. Ma deve aver conservato dentro di sé, in qualche ripostiglio, l'energia segreta dell'antica cultura che è stata smentita. E questo gli permette di tenere a bada il mondo e i millenni.
Un facile anagramma di Ongaro darebbe Onagro, l'asino intelligente e selvatico che è venuto dall' Anatolia e che ha lasciato il suo nome alla macchina lanciasassi degli assedi greco-romani. lo penso però che Ongaro sia piuttosto un centauro come Chirone, il maestro di Achille, e che come Chirone abbia una sapienza infusa nei muscoli non meno che nel cervello, negli zoccoli quanto nella mente. Ongaro non si è mai chiesto (e credo non si chiederà mai) se quel che gli sta attorno sia realtà o altro, né se l'arte debba riprodurre (imitare) gli oggetti o aggiungere tra noi e loro la famosa rosa amarilla di Borges e del cavalier Marino. È rimasto un artista in un mondo di esteti, estraneo alle secessioni dello spirito. La sua sapienza, come quella di Chirone, esclude Platone e Aristotele, respinge le astrazioni, i concetti, le fughe prospettiche, persino la visione come organizzazione mentale del vedere. E con le astrazioni rifiuta i significati, i simboli, le allusioni, le ascensioni. Ongaro si potrebbe gettare nell'Etna, come Empedocle, sicuro che la verità stia nelle viscere del mondo. Non salirebbe mai sulle ali incerate di un Universale per awicinarsi all'lperuranio.
La sua arte è adagiata nel sonno della materia, e non adora la natura perché è già esperienza naturale, né ha bisogno di cercare la vita perché è pura vitalità. Schiller sarebbe contento di lui e delle sue sculture, che si collocano a mezza strada tra il vedere e il fare, in una intercapedine sospesa tra la contemplazione e l'azione, sicché la vista precipita verso il tatto. Chi comincia a guardare gli scongiuri di Evelino, gli arti contratti e canditi del Gimnosofista, il corpaccione del Gorilla a cavallo, il sorriso punk del Cristo di Ecce homo, le zampe caprioe degli Idilli (che sono appunto quadretti teocritei), finisce per palpare, magari solo con gli occhi, l'opaca lucentezza del bronzo, il candore granulare del marmo, la venerea tenerezza del rame, la radiosità dissoluta dell' oro e i riflessi vitrei del mosaico. Poi, a forza di toccare la materia con lo sguardo, si accorge che, disteso su tutto, oggetto tra oggetti, riposa l'enigma famigliare del colore.
Adesso che ho seguito le trasmigrazioni di Ongaro attraverso le sostanze naturali, mi pare di capire perché alla fine sia arrivato al legno. Deve essere un pretesto. Infatti, se la creta (da cui sempre cominciano uomini e dèi per modellare le loro opere) è la materia originaria, la madre, l'indistinzione della nascita, l'alfa della creazione nel buio iniziale, allora l'omega, la chiarificazione finale, è il colore. Il legno compare solo per la sua straordinaria predisposizione a sparire, ad annullarsi, a fare da sostegno al pigmento (un servizio al quale né il marmo né il bronzo si presterebbero con la stessa umiltà). È volume che sostiene il colore senza farlo diventare un segno mentale (come fa la tela), e lo lascia alla sua natura originaria di "cosa". È il letto sul quale l'arcobaleno si sdraia per riaddormentarsi dopo la veglia intellettuale nella pittura. È più un traliccio che un materiale. L'approdo al legno è dunque l'ultima fermata verso la quieta distesa dei pigmenti, i quali hanno per Ongaro, almeno mi pare, lo stesso fascino sensuale che avevano per Yves Klein.
Come Burri, Ongaro trasfigura la materia in materia. Ma come Rubens glorifica solo la materia formata: non la matrice informe, la silenziosa presenza del sacco, il sommesso scricchiolio del cretto, l'unisono protratto della lacca, bensì i corpi di marmo dei sileni, le donne che danzano dentro il legno colorato, la faccia vernacola dei reietti da bar, sfaccettata nel mosaico come nei mille occhi di una mosca. Lui onora la materia così come la trova nel mondo già costituito, che lascia com'è. Ongaro non scompone le cose nei loro fattori primi, perché anche questa sarebbe un' operazione astratta, alla quale un robusto centauro sperduto nella società postindustriale (un Chirone presocratico, che però sa galoppare sulle nostre autostrade) non si rassegnerà mai.

 
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