ATHOS ONGARO "Il mistero dell'evidenza"
 
 
IL MISTERO DELL'EVIDENZA
"Il destino non si scinde dal simbolo e non è per nulla strano che l'uomo abbia perduto l'uno nell'atto stesso che rinnegava l'altro". CosÌ la desolata Cristina Campo si opponeva al disfacimento del simbolo e della bellezza come cagione inespiabile della scomparsa del destino dal cuore del mondo moderno.
Ongaro innocenti sta e libertino è molto distante dalle prospettive teologiche della Campo, non di meno, il canto esiliato di questo delicato fiore della rarissima poesia mistica contemporanea, mi incoraggia ad attraversare in prosa una intricata foresta poetica di figure (l'indigesta materia dei filosofi) che danzano, che ridono, che godono, che offendono, che sognano... alla ricerca di una difficile unità discorsiva da astrarre da ciò che di per sé si manifesta primariamente come rivelazione intuitiva.
Cercherò, per quanto mi è dato possibile dalla conoscenza diretta e prolungata dell' artista, di portare questo imponente labirinto figurale un po' al di fuori del già duro ·confronto delle sue opere con le più strette pertinenze della critica d'arte. Questo altrove, perseguito nell'intreccio sconfinato di motivi classici della spiritualità orientale e occidentale, rivitalizzati in un naturalismo panteistico che ingloba, nel culto delle passioni e della assoluta libertà, tradizione pagana e tradizione cristiana, si inoltra distruttivamente nel nostro universo convenzionale, con l'obiettivo dichiaratamente nicciano di fugare la sofferenza della vergogna con la gioia della libertà fra le cose.
Tralasciando il problema squisitamente storico della definizione fra campo simbolico ed allegorico, ne assumerò per economia discorsiva i due labili confini nei semplici termini di figura e figurale, non per vanità lessicale, ma per la difficoltà di conformare l'oggetto di questo lavoro ai due termini classici della conoscenza intuitiva, resi irriconoscibili dalle scorrerie della storiografia artistica e della moderna semiotica.
Caratteristica comune a tutto il pensiero mistico, religioso e spirituale è la trasfigurazione continua dell 'universo dogmatico, provocata dall'improvviso affiorare di risorgive figurali piene di fresca vitalità, emerse dall'oscurità che sono state, al lampo di luce che divengono. Questa luce è per Ongaro la fonte di conoscenza vera, l'essenza inestinguibile dell' arte che unisce santità ed empietà del mondo. Laddove si manifestano trasformazione, mito e trascendenza, si avvera la suprema dignità dell'uomo: "avere delle follie per la testa". Questa è una inclinazione vitale contro la repressione degli istinti e le condanne morali, contro l'arte che ha barattato la gioia della figura con le afflitte astrazioni dal mondo sensibile, contro le religioni e le filosofie che hanno svergognato l'esistenza.
Non posso sottrarmi dal portare diretta testimonianza delle effettive conseguenze di questa disposizione dell'animo nella vita e nelle opere di Ongaro. Tanto potente è questa identità da suscitare nella mente di chi lo ascolta
e guarda le sue figure, la sensazione di disagio, deficienza e inutilità di ogni altra esperienza artistica non figurale. Questa è anche la ragione prevalente di allentamento dei miei interessi delle vicende dell' arte contemporanea che considero in massima parte un inutile spreco di energie spese tra i contorcimenti e le inezie degli specialismi individuali. La mia breve esperienza sul campo mi ha consentito tuttavia, di verificare comunque quanto esteso, anche se sommerso, sia il disagio delle nuove generazioni per l'assenza pressoché totale di contatto e comunicazione con il mondo esterno alla cittadella dell'arte. Si comincia però ad intravedere qualche contrabbandiere.
Il mistero dell' evidenza è l'offerta inestinguibile della· verità effigiata che proviene dal mondo, ma che il mondo non sa di contenerla prima che l'arte e la poesia non le diano un corpo e una voce. " ... ascolteranno le domande della poesia e dell' arte gli uomini stessi che con la loro condizione e le loro opere le hanno fatte nascere ... perché appunto la poesia non è il poeta che la escogita, ma è l'uomo che la fa nascere ... TI poeta è soprattutto il mediatore di queste cose. Quindi queste domande esistono già, siamo noi che le caviamo dalla bocca di coloro che tacciono" (Mario Luzi). Una umanissima lezione, come quella di Ongaro, sul che fare, aperta alle giovani generazioni dal vecchio poeta e critico di "Vicissitudini e forma", contro l'isolamento e il crescente scetticismo dell' arte e della poesia contemporanea.
La delicatezza di un congegno comunicativo qual' è una figura di Ongaro, sullo sfondo che ho accennato implica, nel tentativo di un'interpretazione, un coinvolgimento attivo alla stessa latitudine di pensiero, proiettivamente cioè se ne deve assumere e moltiplicare il carattere di produzione illimitata di senso. Allora poco importa se vaghiamo lontani da ciò che l'artista ha voluto comunicare. Importa molto invece che abbiamo trovato il modo di partecipare misteriosamente anche noi alla sua esperienza che è mistica, come ogni altra assunzione di una figura nella quale si proietta l'universo del nostro penSIero.
È curioso che questa riattivazione di energia fra l'opera e lo spettatore si ripresenti nell' epoca della semiotica e della decostruzione: quanto pallide al confronto appaiono le catene dei significanti ed il loro infInito e insensato rinvio. Una .materia sottilissima, al limite del dissolvimento: questo l'arte del nostro tempo ha imprudentemente coltivato, prendendo in parola la iettatura di Hegel sul sensibile ridotto a brandelli di "materia repellente".
Finitezza del mondo e infInita erranza veritativa si congiungono da sempre nell'incontro ostensivo delle figure. TI lungo cammino al margine parallelo dell' altra verità che governa tuttora il sapere occidentale delle scienze e delle tecniche, riverbera nel nostro tempo disincantato l'antica invocazione alla fondatezza cosmologica dell 'incanto figurale.
Proprio ai confini d'Oriente e Occidente, prima del quinto secolo, scaturì l'appello alla natura contro le falsificazioni della ragione. Di nuovo ad Oriente, l'antico pensiero della Phisys, ebbe la sua grande sintesi nella mistica ascetica e nella spiritualità del neoplatonismo, nonostante l'ostilità iniziale del cristianesimo. L' interesse di Ongaro per la consonanza tra gli esseri, intravista nelle affinità morfologiche (Il Lirico, 1984) è più che una eco di quei tempi. Dal pantei"smo naturalistico e dalla patristica orientale, nel IXo sec., Scoto Eriugena (il cui pensiero è stato occultato lungamente e poi condannato dalla chiesa) e nel XIIo sec. Meister Eckhart (di quest'ultimo Ongaro è appassionato conoscitore), derivano le illuminazioni sulla assenza di predestinazione della colpa nel mondo. Di Eckhart è l'affermazione: "nell 'uomo retto tutto serve al bene, anche il peccato".
Dalla religione vedica dell 'India, la riconquista dell'Unità descritta da Plotino come estasi, giunge al rinascimento. Giordano Bruno e Paracelso dalla materia terrestre riaccendono una nuova vitalità e veridicità delle figure. Con l'approdo al romanticismo si giungerà al primo compimento di questa grande tradizione antica e rinascimentale. Nella concezione di Giordano Bruno della forma-anima, "come fabbro del mondo", unica sostanza di natura e divino, coincidevano gli infiniti opposti esaltati nel dialogo "De gli eroici furori", fmo alla contemplazione e alla identificazione con la natura, all'estrema divinizzazione dell 'uomo con essa. Principi che arrivano alla riflessione di Goethe.
Con la sua collaborazione ai "Frammenti fisiognomici" di Lavater, viene elaborata una concezione della fonna come manifestazione visibile dei propri caratteri interni, tesa alla possibilità di ricostruire, per affinità esteriori, un legame unitario nel differenziarsi morfologico delle scale biologiche. Alla natura scritta con i tennini di questa geometria trascendentale appartengono, come ho già accennato, le sculture di Ongaro del Lirico e dell'Autoritratto con la Cavalla.
Altre suggestioni da Goethe: nel "Divano Occidentale-Orientale" i temi convenzionali dell' amore, della giovinezza, del piacere dell' esistenza, penetrati in Europa dalla poesia mistica orientale, giungono nella canzone dei trovatori provenzali come simboli di massima tensione metafisica. Nel poeta persiano Hafez e nei generi gnomici arabi e persiani, Goethe come Nietzsche, vede la "contemplazione serena della nobile attività terrena, che si ripete sempre in circolo o a spirale, amore, inclinazione che oscilla tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo". Goethe, non solo si appropria con entusiasmo della tecnica compositiva della poesia persiana (il Ghazal) , ma vede in quel mondo di allusioni e contrappunti una nuova forma di sapere anticlassico, il desiderato principio di rinascita dell' esperienza. Ongaro intrattiene da sempre con il Divano di Goethe un sapiente rapporto che riesce a trasmetterci nella continua alternanza di motivi leggeri (La Danzante, Gli Idilli, Ganesha) e altri più dionisiaci e blasfemi come L'Ecce Homo e Il Crocifisso, (erroneamente interpretati come preghiera religiosa), lasciandoci storditi da questa danza sincopata di luce e ombra, di fatiche e ristori, di rumori e silenzi.
Ho ritenuto utile riportare questo generico excursus a margine delle sue opere per chi voglia approfondirne le tracce e perché, raccogliendo l'invito a scrivere da lui stesso, ho sentito di dover testimoniare prinla di ogni altra cosa, di quanto è piacevolmente passato di detto e non detto nelle nostre non frequenti ma sapide conversazioni. Un "dovuto" avvilente per un critico d'arte d'oggigiorno, ma non per l'amico sincero ed appassionato.
Ecco dunque provenire le vere figure di Ongaro, "spirito poetante" e "fare meditante": dal mistero dell' evidenza. L'opera a volte vertiginosamente eloquente, a volte celata da ingrati omissis e trobar clus pronti a saettare come frammenti sensoriali nella sconfinata capacità ricombinante della mente.
Nettare d'Europa
Il bisogno del nettare per il colibrì, come l'amore dell 'usignolo per le rose nel Libro di Suleika (Divan), confonde e prolunga i confIni della necessità nel godimento dell'esistere. "Solo per l'uomo esiste la rosa indelibata, l'idea della rosa" (Agamben); ma la fIgura di Ongaro riesce ad entrare nelle fIgure infmite della natura senza interromperla con la parola e l'idea.
La quieta catena delle alterità biologiche si concilia nel destino comune del rilievo circolare attivandone l'intensità poetica. Come nelle molte rappresentazioni in tondo delle Madonne con Bambino del XVo sec., l'antico modello cosmico della greve maestà della madre (qui la regalità è sottolineata dal panno avvolto sulla testa, raffmato equivalente della corona occidentale) si contrappone alla fugace levità del bambino. Nel suo volto ridente e luminoso, come un organo misteri~so di profezia, si svela l'enigma del volto orientale della madre: la pura offerta del fiore spontaneo e profumatissimo del mughetto, al campione minuscolo ma perfetto del cielo, innesca tra le quattro fIgure una straordinaria empatia nella risonanza musicale dell' accordo colibrÌ-ibridazione, riflesso negli inconfondibili segni dell'incontro fra Oriente e Occidente. Madre, fIglio, fIore e uccello uniti dalla gratuità dell'offerta e della suzione.
Nel colibrì, come nella favolistica di tutti i tempi, il compito ultimo della trasmissione di contenuti di verità è affidato al mondo animale, perché attraversandolo come figura originale e incontaminata dell 'uomo, il linguaggio attraversa un processo di purificazione e rigenerazione della parola. - Le proprietà affabulanti del mondo animale sono evidenti anche nel già citato Autoritratto con la Cavalla: effIgie in posa di soldato accanto alla cavalla araba dal lungo collo - Zarathustra vuole intorno a sé nuovi animali domestici.
Al di sopra delle razze, Nietzsche depone la sua saggezza e gaia scienza nel cuore dei "senza patria" multiformi ed ibridi", (,'Noi senza paura" da La Gaia Scienza").
Identico tema di trasformazione e destino in un altro rilievo bronzeo, strutturato secondo l'iconografia cristiana della natività. Questa nuova nascita sollecita più vaste risonanze del rilievo della Maternità. L'epifania religiosa della manifestazione divina si tesse nell' ordito delle corrispondenze con il carattere epifanico, fuoriposto, degli elementi della rappresentazione: il padre greco, la madre orientale, il bambino europeo.
La figura maschile è colta nella positura classica di un Eracle accanto a una Madonna orientale dell' umiltà che allatta il bambino. L'umile e il sublime va detto, sono procedure antitetiche molto diffuse nel pensiero occidentale, basta qui solo ricordare le Beatitudini cristiane. La spoliazione delle sontuosità monumentali, tipica delle immagini tradizionali della Maria lactans, trova riscontro con la quiete dimessa, quasi domestica dell'eroe filosofo. Forse un'Eracle, smessi i suoi attributi di potenza; forse quell 'Eracle Callinico venerato nelle nozze, il cui solo nome scritto sulla porta della nuova dimora basta a farvi allontanare il male e la morte.
A proposito di Eracle, strano modo quello dei greci di esorcizzare il male, con l'ambigua figura di un eroe che aveva sì grandi meriti, ma che era stato anche un folle, un padre scellerato che uccide i suoi figli, un empio che ruba nel tempio di Apollo. Ma Eracle aveva vinto il male, e se lo indossava, per questo riusciva simpatico lo stesso. Eracle è l'incombere del male e della morte (la testa del leone sulla sua testa) e la vittoria su questi (l'attributo di potenza della clava) come speranza di salvezza estesa a tutti gli uomini.
L'eroe sereno di Ongaro, semmai rinvia a quella progenitura, lo fa proprio per la forza indotta dalla ripetizione iconografica della nascita del Cristo la quale, ritornando anch'essa sull' antico tema di salvezza, rinvia nuovamente al futuro che è il nostro presente. La genealogia dell' eroe non permette un rovesciamento della serie. Il tempo della verità ha dissipato la luce divina del primo Eroe: il figlio del divino e dell 'umano è un Eroe; il figlio dell 'Eroe non può essere un Dio; il figlio del figlio dell 'Eroe è già il poeta filosofo di Ongaro che ha conosciuto la libertà dalla salvezza. Egli ha saldato quell' antica erranza della verità originata ai confmi di Oriente ed Occidente fecondando una nuova profezia: l'uomo fmalmente libero anche della libertà dalla salvezza. Il giglio è la via che passa dall'antico leone al fanciullo. "Creare valori nuovi - di ciò il leone non è ancora capace: ma crearsi la libertà per una nuova creazione - di questo è capace la potenza del leone ... Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota rotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì.
(Zarathustra).

Pergamo della Virtù Nuova

Nella lunga storia del nudo artistico, che lo si voglia o no si cela un procedimento tartufesco di attenuazione e deviazione dello sguardo dalla bassa attrazione sul particolare dei genitali verso la visione generale e più elevata del corpo intero. L'esibizionista capovolge in un solo colpo, in una scarica belluina di sguardi e di gesti, l'impostura del pudore che nasconde e che si oppone al piacere del guardare.
Ma l'esibizionista di Ongaro è altro ancora: il suo volto, come una maschera greca - tutto ciò che è profondo ama la maschera - schernisce, "folle per amore", come un dio che sovrasta la morale, la noia piena di senno dell'eros moderno. La maschera, in molte delle sue figure non è però un nascondimento, ma un altro congegno effettuale della sua visione preveggente che, nel sovrapporre una maschera supplementare alla maschera convenzionale, spinge l'osservatore ad uscire dal proprio spaesamento e a riattivare una nuova interrogazione (il volto dell'Ecce Homo e del Crocifisso ancora citabili come esemplari), un inedito scenario di senso aperto dalla suprema proprietà del jolly beffardo - l'esibizionista - di aprirsi un varco nella dura scorza delle convenzioni verso il divenire infinito delle possibilità.
Mistica libertina dunque, maschera "tragilirica" e anticipazione per chi vuoI capire Ongaro: i suoi uomini folli, i santi dementi e drogati, gli insani. Tutti gli esseri di un nuovo pergamo che risuona come una giostra delle risa annunciate di tranquilla coscienza dei nuovi fanciulli.
Il colibrì ha deposto il polline d'Europa nel fiore di loto dei due mistici in estasi. Oriente ed Occidente tornano ad unirsi nella ricapitolazione dei corpi. Alla loro tensione metafisica, l'Esibizionista trasmette la sua smania erotica nell'insignificante particolare delle dita dei piedi. Come in un orgasmo, la lieve erezione del pollice si riflette, attraversando la pace nuda e inerme del corpo in posa orientale, nel volto ridente dell 'uomo europeo. Un impercettibile tensione che dà inizio alla vertigine del godimento.
Il campanello tintinna e avverte gli astanti che hanno sdegnosamente voltato gli occhi dall'esibizionista di trovarsi di fronte al medesimo atto d'amore.


Dino Carini

 
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