Sabrina Milazzo "PASSIONE & CAPRICCIO"

Passione & Capriccio
Luca Beatrice
Contemplativa ed esibizionista. Pudica e sfrontata. Meticolosa e disinvolta. Due anime differenti, antitetiche persino, che convivono nella stessa persona, nella stessa arte.
Da un lato c’è la pittrice, sempre più raffinata, minuziosa, maniacale e ossessionata dal dettaglio. Dall’altro una ragazza che ama mostrarsi davanti all’obiettivo, recitando questa volta il ruolo da protagonista, trasformandosi lei stessa in oggetto del desiderio.
Sembrerebbero due persone diverse, invece è un’artista soltanto: Sabrina Milazzo.
Mi ami davvero? So che mi dirai di sì e che io ti crederò. William Shakespeare, Romeo e Giulietta
Il HYPERLINK "http://it.wikiquote.org/wiki/Sesso"sesso è uno dei nove motivi per reincarnarsi... gli altri otto sono ininfluenti.
Henry Miller
Nei primi dipinti di Sabrina Milazzo protagonista assoluto è il corpo nel suo momento di espressione insieme più naturale e creativa, spontanea e costruita: l’atto sessuale. Il realismo stilistico di Sabrina indugia sull’elemento trasgressivo, in alcuni casi estremamente esplicito, per una pittura “fisica”, in grado di coinvolgere sfere sensoriali più ampie della vista, restituendo umori, tattilità, afrori. Corpi che occupano l’intero spazio della tela, dominio della carne, istanti congelati nel rigoroso controllo delle emozioni. Pur senza ricorrere all’eccesso drammaturgico, questi suoi lavori tentano di restituire una filosofia della sessualità al femminile, nel senso dell’assunzione di un punto di vista differente, liberato dallo schematismo fallocratico, spesso griglie convenzionali di erotismo e pornografia. Secondo Sabrina, la “liberazione” del corpo della donna sta soprattutto nel riprendersi il pieno controllo del desiderio, sciogliere i vincoli della sottomissione.
Dopo aver analizzato i territori della sessualità, catalogato visivamente il meccanismo della ripetizione e le variazioni più intriganti, evitando qualsiasi tipo di riferimento spazio temporale o prospettico, nei nuovi lavori Milazzo scopre l’elemento narrativo, e passa a “raccontare” l’amore non più soltanto nella veste carnale e fisica, ma in quanto sentimento e passione. Per fare ciò le è indispensabile contestualizzare, individuare forme archetipe e ambienti riconducibili a storie depositate nella memoria condivisa. Protagonisti gli amanti e i luoghi che hanno contribuito a solidificare il mito eterno dell’amore. Come la pittura, è un sentimento che non conosce invecchiamento né stanchezza.
L’attuale ciclo di opere si intitola, appunto, Passione, dalla radice del verbo latino pati (sopportare, patire). Passio è infatti quel turbamento dell’animo in cui si trova chi transita nella particolare condizione emotiva dell’amore. L’accezione di sofferenza e patimento trae origine dalla traduzione greca dei Vangeli, dove con pathos si indicava il martirio di Gesù. Inscindibile al dolore è dunque l’amore: dolce e romantico, viscerale ed erotico. Giulietta e Romeo sullo sfondo della Verona shakespaeriana. Ginevra e Lancillotto nel mito dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Paolo e Francesca nella Firenze di Dante. Cenerentola e il Principe Azzurro sullo sfondo fiabesco, fino a Clark Gable e Vivien Leight a Hollywood. Ovunque la parola “amore” rimanda a quelle figure, storiche o di fantasia, che nel tempo sono diventate miti e archetipi del pensiero occidentale. I nuovi oli di Sabrina Milazzo si ispirano dunque al desiderio profondo, che non è più soltanto carnale, ma un intenso sentimento dell’animo che uomini e donne sognano di vivere attraverso il corpo e l’anima. Nei suoi quadri, dove lo stile pittorico iperrealista si è fatto ancora più dettagliato e preciso, raffinato ed elegante, giovani coppie si scambiano carezze ed effusioni, trasferendo nel presente l’ideal typus dell’amore romantico e tragico di Romeo e Giulietta, di quello adultero e drammatico di Paolo e Francesca. Una sensualità nuova, che corre nell’aria, si diffonde nel tempo e nello spazio. Una stretta corrispondenza tra passato e presente, tra arcano e contemporaneo, tra realtà e finzione. Sabrina fa suo il principio di Henry Miller nel Tropico del cancro: parlando del corpo in realtà parla dell’anima.
Quanto mi pesa questa verginità!
Zora la vampira, n. 1, 1972
Sensuale e ammiccante, Sabrina ora si “sveste” da eroina dell’erotismo, rifacendosi di volta in volta a particolarissime icone della storia dell’arte in versione “nudie”, ma soprattutto collegandosi al fiorente immaginario popolare del fumetto italiano che, dalla fine degli anni ‘60 a tutti gli anni ’70, contribuì ad alzare notevolmente la soglia del pudore, come desiderio di emancipazione sociale in chiave estetica. Sergio Rossi nella postfazione alla recente raccolta antologica Maledette vi amerò. Le grandi eroine del fumetto erotico italiano (Neri Pozza, 2007), osserva che prima del ’68 la censura condizionava non poco la libertà espressiva. Tra gli esempi, cita il divieto di usare La nascita di Venere di Botticelli per celebrare il cinquecentenario della nascita di Lorenzo il Magnifico (1949); il rifiuto a Luchino Visconti del permesso per girare le scene di Rocco e i suoi fratelli all’Idroscalo dove Anne Girardot interpreta una prostituta (1960). Tagli sulle traduzioni di Lolita, Tropico del cancro (uscito nel 1961 nonostante il romanzo fosse del 1936), Casa di bambola, L’aralda di Giovanni Testori, al film L’avventura di Antonioni. Sequestrato l’episodio di Diabolik, Il tesoro sommerso (1967), guai a ripetizione per Kriminal, Satanik ecc… finiti sotto processo a fine 1966.
Il segno che qualcosa sta cambiando parte dai primi fumetti dal vago contenuto erotico (uno scandalo per l’epoca). Gli uomini lasciano il posto a eroine ispirate alla storia e alla leggenda di personaggi femminili realmente esisti o reinventati: Isabella, la duchessa dei diavoli, ambientata nella Francia del Seicento, sorta di Robin Hood con generosa scollatura che cede a innocenti proposte lesbiche; Teodora, imperatrice di Bisanzio, Poppea, moglie di Nerone, Angelica, la marchesa degli angeli. Decisamente più espliciti i 69 (!) albi, usciti tra 1970 e 1974, di Jolanda de Almaviva, figura ispirata alle storie di Salgari, miscela sufficientemente esplosiva di sesso ed esotismo. Ma l’autentica campionessa dei soft core comics all’italiana è senz’altro Zora la vampira, creata nel 1972, nella finzione amante del conte Dracula, di conseguenza assetata di sangue e di sesso. Dopo ben 327 uscite e una riduzione cinematografica (Zora la vampira dei Manetti bros., 2002) la giovane è rimasta il personaggio di culto per antonomasia a rappresentare un’epoca in cui la sperimentazione avveniva proprio negli ambiti minori, nei sottogeneri, nelle cosiddette pratiche basse.
Nonostante le velenose accuse di maschilismo e fallocrazia, queste ragazze di carta contribuiscono non poco al cambiamento dell’italico costume erotico, in assoluta coincidenza temporale con Deep Throat (1974), il primo film hard diventato un caso mondiale, e in netto anticipo sul romanzo cult della pornografia pararivoluzionaria, Porci con le ali (1977). Fumetti che “si inseriscono, loro malgrado, in quella che Pasolini nella sua Abiura alla Trilogia della vita chiamava la democratizzazione del diritto a esprimersi e in un’idea di “liberalizzazione sessuale” che passava attraverso la rappresentazione dell’eros e dei corpi, con l’arcaica, fosca violenza dei loro organi sessuali”.
Un periodo, straordinariamente fecondo e stimolante, che Sabrina Milazzo non ha vissuto, ma non per questo non le appartiene culturalmente. Ha individuato tra le eroine di carta, tra i modelli erotici al femminile del fumetto popolare, alcune figure di donna ancora attuali nell’immaginario contemporaneo, decidendo così di riportare in vita personaggi mai dimenticati. Sabrina si cala nel ruolo della vampriressa con la bocca piena di sangue e il seno nudo, della femme fatale, della porno Cenerentola che fa le pulizie in casa “coperta” da un minimale perizoma, non come il giapponese Morimura assumendone i panni e le sembianze in una sorta di transfert egotico, ma semplicemente diventando lei stessa l’attrice protagonista. La foto non testimonia una performance ma inscena un gioco identitario tra la femminilità dell’artista (pubblica) e quella del personaggio (privata).
Come nei fumetti che “cita” le foto di Sabrina mantengono un che di artigianale, ruspante, non si preoccupano troppo della grammatica o della confezione stilistica, proprio per restituire l’originale immediatezza, l’ironia graffiante.
Se ogni ragazza qualunque coltiva il sogno di diventare diva almeno per un giorno, di mostrare il proprio corpo come segno di un potere finalmente conquistato, anche all’artista piace scivolare dall’altra parte della tela (o della camera) e vivere più da protagonista che da artefice. Gli scatti di/con Sabrina leggiamoli pure come attimi capricciosi tra una pittura e l’altra, variazioni maliziose sul tema per lei imprescindibile, della passione e del desiderio.

