Shozo Shimamoto "ACTION COLOURS"

Action colours
Valerio Dehò
Nell’immenso movimento che seguì le distruzioni della seconda guerra mondiale, vi fu una ripresa delle istanze radicali delle avanguardie, uno spirito rivoluzionario che aborriva l’arte come prodotto borghese da salotto e ripristinava i fasti delle provocazioni, dell’interazione tra pubblico e artisti, della miscela esplosiva tra arte e vita. Anche il Giappone, così duramente provato dalle vicende belliche, portò il suo contributo alla rinascita delle arti, alla volontà di ripartire dagli orrori della violenza, per costruire una società nuova.
L’associazione d’Arte Gutai si formò nel 1954 nella regione del Kansai. Shozo Shimamoto, nato a Osaka nel 1928, è stato tra i fondatori del gruppo con Jiro Yoshihara, Akira Kanayama, Saburo Muratami e Kazuo Shiraga con il programma di compiere una rivoluzione culturale che azzerasse il pensiero classico e portasse alla nascita di un uomo diverso da quello che aveva partorito l’ escalation delle distruzioni, dei totalitarismi e della bomba atomica. Il nome originale completo del movimento è “Gutai bijutsu kyokai”, che significa “Associazione dell’Arte Concreta” proprio per sottolineare che gli artisti volevamo dare una prova materiale e diretta delle proprie intenzioni. Ha scritto infatti Yoshihara: “Noi speriamo di portare in maniera concreta la prova che i nostri spiriti sono liberi. Noi siamo costantemente alla ricerca di impulsi nuovi che poi si materializzano in tutte le forme plastiche esistenti. “
Molte espressioni artistiche europee degli anni sessanta sono state anticipate dal gruppo giapponese che ha saputo teorizzare da subito un’arte legata alla “pittura-azione”, alla performance, all’happening, cioè a quell’ arte che sapeva uscire dai canoni della tradizione e del museo per rivolgersi direttamente alla gente con un interventi spesso duri e provocatori.
Nel 1957 il Gruppo Gutai ideò e realizzò il “Gutai Stage Exhibition”. Per la prima volta, anche se spesso già i futuristi e i dadaisti avevano realizzato performance in teatro, lo spazio della galleria diventava un vero e proprio palcoscenico nel quale proprio Shimamoto, con un sottofondo sonoro da lui preparato, sparava dei colori attraverso un cannone di sua progettazione. Vi è già l’idea di una pittura che si fonda con la performance, ma anche il concetto della casualità duchampiana applicata alla tecnica più antica dell’arte. In ogni caso l’artista non era nuovo ad esperienze simili perchè già nel 1955 aveva organizzato una mostra sperimentale in cui gli spettatori erano invitati a partecipare fisicamente.
Non a caso il manifesto scritto da Shimamoto per Gutai, datato 1957, s’ intitolava “Per una messa al bando del pennello”: << …Quando io iniziai a usare i colori non sapevo molto dei pennelli adoperati nel Rinascimento; ma sono sempre stato certo che ovunque al mondo il pennello non sia servito ad altro che a esprimere il colore svuotando di forza la sostanza colorante. ..Noi invece non vogliamo più adoperare le qualità dei coloranti (oli o smalti), distorcendole. ..Un colore senza materia non esiste. Nel fare un quadro, quindi, rappresentazione di un’immagine naturale o un’idea poco importa, non resta che conservare quella bellezza della materia che sopravvive talora anche alla prova di forza del pennello.”
Quindi Shimamoto si può considerare un vero “pittore concreto”, cioè colui che usa il colore nelle sue fondamentali qualità materiche. Inoltre a questa poetica aggiunge la performance. I suoi “quadri” nascono da azioni durante le quali scaglia bottiglie di colore sospeso nel vuoto, roteando attorno all’enorme tela, saltando come un folletto dentro il magma della pittura. E’ in questo l’unico continuatore di un concetto di pittura nato da Jackson Pollock, ma in più l’artista giapponese possiede un’idea di pittura che nasce dal rapporto tra l’artista e il pubblico durante delle azioni pubbliche: l’arte per lui è qualcosa di unico e irripetibile, ogni suo lavoro è diverso perché diverse sono le condizioni in cui è stato realizzato.
Per comprendere la qualità e la complessità del lavoro di Shimamoto, bisogna tener presente che tra il 1949 e il 1950 realizza i primi “Ana” cioè “Buchi”, lavori che ricordano molto da vicino quelli analoghi di Fontana. A parte la polemica sorta tra i due artisti, è singolare che il mondo artistico americano li abbia scoperti solo pochi anni fa. Nel 1994, durante la mostra “L’arte giapponese dopo il 1945: il Grido contro il Cielo”, tenuta al Museo Guggenheim, la curatrice Alessandra Monroe, verificò la data dei lavori e ne restò stupita. Da allora Shimamoto è entrato nei libri di storia dell’arte degli Stati Uniti, anche è strana questa ignoranza o dimenticanza, visto che fin dal 1957, Michel Tapié aveva portato New York diverse opere del Gutai, tra cui quelle di Shimamoto.
L’artista è stato un autentico anticipatore anche nell’elaborazione di opere sonore in cui è avvicinabile a Cage e al Fluxus. Da grande sperimentatore di tutte le possibilità offerte dall’arte, Shimamoto ha disseminato di idee tutto il suo lavoro, fedele all’idea iniziale di un’arte che riuscisse sempre a materializzare impulsi e concetti ideati dagli artisti. Personaggio straordinario, ora che è conosciuto in tutto il mondo e i suoi lavori fanno parte delle collezioni dei grandi musei internazionali, continua a non darsi per vinto e a non volersi considerare un artista già storicizzato. Non a caso durante la Biennale del 1993 in cui fu invitato da Bonito Oliva , al rifiuto di quest’ultimo di fargli effettuare una performance, ne organizzò una in Campo Santa Giustina. Arrivò con una maglietta su cui c’era scritto “After Gutai”, a sottolineare che per la storia e il museo c’era ancora tempo. Probabilmente perché si considera libero dalla morte, avendo già celebrato, secondo il rito buddista, nel 1995 il suo “funerale in vita”.
Per spiegare il “metodo” di Shimamoto e come intende l’arte, bisogna pensare che il suo metodo di lavoro è il seguente. Dopo aver compiuto una serie di sperimenti, di tentativi, per ogni gruppo di questi ha realizzato una serie di 12 lavori. Questi sono stati divisi in “indegni”, “buoni” e “preoccupanti”. Sono questi ultimi che ha tenuto, gli altri li ha buttati via.
La sua filosofia è sempre quella di rendere concreta la sua anima. Al di là dell’aver partecipato alla rivoluzione artistica del dopoguerra, Shimamoto considera sempre fondamentale “conoscersi”, non considerarsi un servitore di un ideologia artistica. L’unico desiderio che conta per un artista è nell’essere originale, non d’ inseguire l’originalità che magari non si possiede. Quello che ha fatto e che fa, risponde all’idea che l’artista esprime se stesso e guarda alla propria spiritualità, attraverso le opere. E’ in questa naturalezza, in questa totale spontaneità che consiste probabilmente la chiave della giovinezza di Shimamoto, il suo essere nuovo all’arte dopo una storia come la sua, dopo tutte le storie che l’arte ha raccontato in questi ultimi sessant’ anni.
Valerio Dehò
Nell’immenso movimento che seguì le distruzioni della seconda guerra mondiale, vi fu una ripresa delle istanze radicali delle avanguardie, uno spirito rivoluzionario che aborriva l’arte come prodotto borghese da salotto e ripristinava i fasti delle provocazioni, dell’interazione tra pubblico e artisti, della miscela esplosiva tra arte e vita. Anche il Giappone, così duramente provato dalle vicende belliche, portò il suo contributo alla rinascita delle arti, alla volontà di ripartire dagli orrori della violenza, per costruire una società nuova.
L’associazione d’Arte Gutai si formò nel 1954 nella regione del Kansai. Shozo Shimamoto, nato a Osaka nel 1928, è stato tra i fondatori del gruppo con Jiro Yoshihara, Akira Kanayama, Saburo Muratami e Kazuo Shiraga con il programma di compiere una rivoluzione culturale che azzerasse il pensiero classico e portasse alla nascita di un uomo diverso da quello che aveva partorito l’ escalation delle distruzioni, dei totalitarismi e della bomba atomica. Il nome originale completo del movimento è “Gutai bijutsu kyokai”, che significa “Associazione dell’Arte Concreta” proprio per sottolineare che gli artisti volevamo dare una prova materiale e diretta delle proprie intenzioni. Ha scritto infatti Yoshihara: “Noi speriamo di portare in maniera concreta la prova che i nostri spiriti sono liberi. Noi siamo costantemente alla ricerca di impulsi nuovi che poi si materializzano in tutte le forme plastiche esistenti. “
Molte espressioni artistiche europee degli anni sessanta sono state anticipate dal gruppo giapponese che ha saputo teorizzare da subito un’arte legata alla “pittura-azione”, alla performance, all’happening, cioè a quell’ arte che sapeva uscire dai canoni della tradizione e del museo per rivolgersi direttamente alla gente con un interventi spesso duri e provocatori.
Nel 1957 il Gruppo Gutai ideò e realizzò il “Gutai Stage Exhibition”. Per la prima volta, anche se spesso già i futuristi e i dadaisti avevano realizzato performance in teatro, lo spazio della galleria diventava un vero e proprio palcoscenico nel quale proprio Shimamoto, con un sottofondo sonoro da lui preparato, sparava dei colori attraverso un cannone di sua progettazione. Vi è già l’idea di una pittura che si fonda con la performance, ma anche il concetto della casualità duchampiana applicata alla tecnica più antica dell’arte. In ogni caso l’artista non era nuovo ad esperienze simili perchè già nel 1955 aveva organizzato una mostra sperimentale in cui gli spettatori erano invitati a partecipare fisicamente.
Non a caso il manifesto scritto da Shimamoto per Gutai, datato 1957, s’ intitolava “Per una messa al bando del pennello”: << …Quando io iniziai a usare i colori non sapevo molto dei pennelli adoperati nel Rinascimento; ma sono sempre stato certo che ovunque al mondo il pennello non sia servito ad altro che a esprimere il colore svuotando di forza la sostanza colorante. ..Noi invece non vogliamo più adoperare le qualità dei coloranti (oli o smalti), distorcendole. ..Un colore senza materia non esiste. Nel fare un quadro, quindi, rappresentazione di un’immagine naturale o un’idea poco importa, non resta che conservare quella bellezza della materia che sopravvive talora anche alla prova di forza del pennello.”
Quindi Shimamoto si può considerare un vero “pittore concreto”, cioè colui che usa il colore nelle sue fondamentali qualità materiche. Inoltre a questa poetica aggiunge la performance. I suoi “quadri” nascono da azioni durante le quali scaglia bottiglie di colore sospeso nel vuoto, roteando attorno all’enorme tela, saltando come un folletto dentro il magma della pittura. E’ in questo l’unico continuatore di un concetto di pittura nato da Jackson Pollock, ma in più l’artista giapponese possiede un’idea di pittura che nasce dal rapporto tra l’artista e il pubblico durante delle azioni pubbliche: l’arte per lui è qualcosa di unico e irripetibile, ogni suo lavoro è diverso perché diverse sono le condizioni in cui è stato realizzato.
Per comprendere la qualità e la complessità del lavoro di Shimamoto, bisogna tener presente che tra il 1949 e il 1950 realizza i primi “Ana” cioè “Buchi”, lavori che ricordano molto da vicino quelli analoghi di Fontana. A parte la polemica sorta tra i due artisti, è singolare che il mondo artistico americano li abbia scoperti solo pochi anni fa. Nel 1994, durante la mostra “L’arte giapponese dopo il 1945: il Grido contro il Cielo”, tenuta al Museo Guggenheim, la curatrice Alessandra Monroe, verificò la data dei lavori e ne restò stupita. Da allora Shimamoto è entrato nei libri di storia dell’arte degli Stati Uniti, anche è strana questa ignoranza o dimenticanza, visto che fin dal 1957, Michel Tapié aveva portato New York diverse opere del Gutai, tra cui quelle di Shimamoto.
L’artista è stato un autentico anticipatore anche nell’elaborazione di opere sonore in cui è avvicinabile a Cage e al Fluxus. Da grande sperimentatore di tutte le possibilità offerte dall’arte, Shimamoto ha disseminato di idee tutto il suo lavoro, fedele all’idea iniziale di un’arte che riuscisse sempre a materializzare impulsi e concetti ideati dagli artisti. Personaggio straordinario, ora che è conosciuto in tutto il mondo e i suoi lavori fanno parte delle collezioni dei grandi musei internazionali, continua a non darsi per vinto e a non volersi considerare un artista già storicizzato. Non a caso durante la Biennale del 1993 in cui fu invitato da Bonito Oliva , al rifiuto di quest’ultimo di fargli effettuare una performance, ne organizzò una in Campo Santa Giustina. Arrivò con una maglietta su cui c’era scritto “After Gutai”, a sottolineare che per la storia e il museo c’era ancora tempo. Probabilmente perché si considera libero dalla morte, avendo già celebrato, secondo il rito buddista, nel 1995 il suo “funerale in vita”.
Per spiegare il “metodo” di Shimamoto e come intende l’arte, bisogna pensare che il suo metodo di lavoro è il seguente. Dopo aver compiuto una serie di sperimenti, di tentativi, per ogni gruppo di questi ha realizzato una serie di 12 lavori. Questi sono stati divisi in “indegni”, “buoni” e “preoccupanti”. Sono questi ultimi che ha tenuto, gli altri li ha buttati via.
La sua filosofia è sempre quella di rendere concreta la sua anima. Al di là dell’aver partecipato alla rivoluzione artistica del dopoguerra, Shimamoto considera sempre fondamentale “conoscersi”, non considerarsi un servitore di un ideologia artistica. L’unico desiderio che conta per un artista è nell’essere originale, non d’ inseguire l’originalità che magari non si possiede. Quello che ha fatto e che fa, risponde all’idea che l’artista esprime se stesso e guarda alla propria spiritualità, attraverso le opere. E’ in questa naturalezza, in questa totale spontaneità che consiste probabilmente la chiave della giovinezza di Shimamoto, il suo essere nuovo all’arte dopo una storia come la sua, dopo tutte le storie che l’arte ha raccontato in questi ultimi sessant’ anni.

