GIAN MARCO MONTESANO "Guerra e Pace"
 
 
Guerra e Pace.

“I soldati capiscono solo la guerra, la pace li confonde”. ( citazione di Briseide dal film “Troy” - 2004, di Wolfgang Petersen )

Sic transit gloria mundi.

La Storia racconta e si racconta nelle opere di Montesano. Esce ed entra continuamente tra la dimensione mitica e quella realistica. Il filtro delle fotografie si mescola sempre all’autobiografia in modo tale che per l’artista la grande Storia e le piccole storie si intrecciano continuamente come se si svolgesse un giro di valzer senza fine in cui cambiare i partner fa parte del gioco. Perché è di “Guerra e pace” che si tratta nelle opere di Gian Marco Montesano e non certo come omaggio al grande scrittore russo, peraltro pacifista convinto, quanto perché veramente si tratta di un procedere tra gli estremi dell’uno e dell’altra, estremi che si toccano e s’influenzano a vicenda. Perché non è poi così vero che il tempo si è fermato nei lavori di Montesano, anche se così può apparire. Senza indulgenze verso la nostalgia o zuccherose visioni del passato un po’ appannate, il suo lavoro cataloga la memoria del nostro passato recente in un’immensa enciclopedia per immagini.
Ma è importante l’elaborazione che l’artista fa della materia originale, diciamo dell’immagine primaria. Se è vero che all'origine delle sue opere vi è spesso una fotografia, un deja vu, l'insieme delle opere forma un rosario di associazioni visive che alterna i grandi temi della storia alle vicende più private, anche personali. Tutto viene rimontato come una pellicola che venga smontata e rimontata centinaia di volte, proprio per tirarne fuori qualcosa di essenziale, qualcosa che mette d’accordo la realtà degli eventi accaduti e la memoria personale. Il suo Cinema Italia e il Padiglionitalia sono dei feuilleton che possono iniziare da più parti in cui accanto al Cavalier Ferrari c’ è qualche gallerista amico dell’artista, accanto a Carnera ci possono stare non solo Nuvolari, ma anche soldati, papi e ballerine. Proprio il lavoro della Biennale dello scorso anno dà la cifra del suo rapporto con il passato e con il presente ricostruito all’interno della sua visione delle cose. Montesano non è mai certo che la ruota del tempo abbia fatto veramente il proprio dovere e allora le dà una mano. Da figlio di un capocomico sa bene che, come ha lui stesso ha teorizzato, dal teatro del varietà al teatro di guerra il passo è breve, sono praticamente coincidenti. E non bisogna pensare che ciò sia qualcosa di cinico e di non partecipativo, perché in Montesano tutto è portato sempre al limite: il riso sfiora sempre il pianto, i sentimenti spesso vengono accentuati, appunto “teatralmente”, quasi con un senso del pudore, come per non far vedere che in realtà si è veramente sentimentali.
Lui ci crede in quello che fa e che racconta. In fondo è realmente un romanzo illustrato quello che va realizzando da oltre 30 anni, un grande racconto popolare che nasconde una conoscenza storica che sorprende, una lettura degli eventi che non può mai essere banalizzata sul versante del “ma da che parte stai?” Non sempre vincono i buoni , forse quasi mai, anche se ci fa piacere pensare il contrario. Gian Marco Montesano sembra divertirsi a creare il proprio libro di storia, a giocare con le figurine mescolando la propria vita a quella degli eroi e dei criminali del Novecento, degli artisti e miti. Come il suo alter ego Farinello che gioca con le foglie, lui si diverte a mettere in fila immagini e ricorsi, emozioni e storie riviste come in una galleria di ricordi, tutto ciò che é accaduto di grande e di terribile, di splendido e di drammatico, entra a far parte dell’album di famiglia. Per questo tutto diventa in bianco e nero, i suoi oli danno la prova di come la pittura sappia resistere alle tentazioni del colore. Questo compare spesso come traccia, o isola, mettendoli in evidenza, alcuni particolari in un’ opera monocromatica, oppure ha la leggerezza di una velatura, di un leggero depositarsi come polvere del tempo. L’artista anche stilisticamente è sempre rimasto fedele ad una sua definita visione della propria arte come di un cinematografo in cui si danno solo vecchie pellicole e se c’è del colore è stato aggiunto da una mano supplichevole, da qualche attardato sperimentatore che cerca quasi di dare sollievo alle vecchie pellicole colorandole personalmente e amorevolmente a mano, quasi in un estremo palpito di vitalità. Ma i film, lo sappiamo bene, almeno una volta si riavvolgevano, ritornavano sempre al punto di partenza infinite volte. Così è per l’artista torinese che da sempre vive tra Bologna e Parigi. Quello che ci vuole dire e che magari rivedendo qualche scena ne comprendiamo meglio il significato, che qualcosa possa esserci sfuggito. Il suo immenso puzzle si compone ogni volta in un modo diverso, rivedere vuol dire anche cambiare umore, sentire altre emozioni e anche cogliere dei nessi nuovi, segreti tra le immagini, gli eventi le persone. La gloria del mondo sbiadisce nel momento in cui si sedimenta, si organizza. Morire vuol dire diventare un’immagine, per questo ci vuole un altro film per ricominciare.

Guerra

“In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo Da Vinci, e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù. “
(“Il terzo uomo” -1949, regia di Carol Reed, sceneggiatura di Graham Green che attribuì la frase direttamente ad Orson Welles)


I grandi temi della guerra e dei conflitti ideologici sono riportati da Montesano con un’ ambiguità estremamente funzionale alla riuscita dell'opera. L'ambiguità sta nel dosare l'ironia con una trionfalità abbastanza prevedibile, per altro, nelle immagini di regime. Ma questo è il teatro del mondo oltre che della guerra, Del resto non vi è nulla di scontato nel suo lavoro, se ci si sofferma a leggerlo da vicino. L'artista gioca su più tavoli per sfuggire alla classificazione, per prendersi la libertà di deviare da una linea data. I dittatori, i grandi dittatori, talvolta sono quelli che è dato di vedere dalle immagini storico-retoriche in grado di spostare le masse, tal'altra sono messi alla berlina con garbo e spiazzante ironia. Montesano sta attento a non rivelarsi nelle storie che racconta, sembra uno che è ben contento di aver pagato il biglietto per godersi lo spettacolo. Vuole mettere tutto sullo stesso piano, ma i materiali bruciano a differenti temperature e l'indifferenza è una conquista lenta e difficile. Eppure l'artista ci prova, spesso riuscendoci, a ribaltare il piano storico sull'asse del presente creando un’enciclopedia per immagini che è didattica e contiene anche un ammonimento a imparare bene perché la storia ama ripetersi. Forse c’è dentro anche la delusione per aver aperto il vaso di Pandora senza trovare nulla o forse è soltanto una questione di attendersi sempre troppo dalle rivelazioni e dalle scoperte. Non sempre è sopportabile l'eredità della memoria meglio allora una rievocazione simil-filmica in cui la tragedia confina con il sorriso, l’odore della morte ha la funzione di una madeleine che ci spalanca la mente ai ricordi.
Per Gian Marco Montesano la guerra non è solo una vicenda tragica del passato. E’ una condizione dell’uomo, qualcosa che non è eliminabile con un decreto legge. La guerra è violenza, ma anche grande organizzazione del coraggio, vera e propria missione che inquadra un percorso di vita. Certo che è anche follia e distruzione, ma è soprattutto una condizione umana in quanto occasione di dare senso e finalità ai sentimenti, al pensiero, al concetto di onore e di nazione. Il soldato è lo sdoppiamento dello stesso artista, militare e alpino egli stesso ( a Merano, per l’esattezza), esperto di montagna. Il senso ultimo della sua esistenza rimane la disciplina che porta a radersi prima di una battaglia, alla preghiera, a tenere pulito il fucile, ad obbedire al comandante sempre e comunque perché è lui che traccia il cammino.
L’educazione salesiana di Montesano viene fuori negli stessi frangenti, nella durezza e rigore della disciplina, nelle punizioni come lavare i pavimenti, nel sentirsi parte di un universo governato da regole. La guerra e la storia, certamente, non finiscono certo ai dittatori o alla presa di Berlino. In effetti, l’interesse dell’artista va verso un concetto d’obbedienza ad un ordine superiore che è al di sopra di tutto, anche dei dubbi, dei dinieghi, delle paure. Vi è un imperativo categorico che porta a far parte di un disegno che travalica i singoli. La stessa vita umana è qualcosa che non ha un senso proprio, se non diventa un contributo ad un volere trascendentale. La guerra per Montesano è quindi una sorta di condizione esistenziale, proprio perché rende possibile l’esistere e non il semplice essere. E se la volontà suprema porta all’annientamento, ad una dissoluzione della missione terrena, nulla inficia la forza del progetto, la superiorità di un’idea di cui gli uomini sono semplici attualizzazioni, occasioni di mondanizzazione. Per questo le figure del comandante o dell’eroe risultano indispensabili nella mitologia della guerra di Montesano, perché sono le supreme incarnazioni di questa Idea.
Il XX secolo è stato un secolo certamente caratterizzato da profondi contrasti politici, religiosi e quindi sociali. Le tensioni seguite alla seconda Guerra Mondiale anche se si sono manifestate più evidentemente in certe tendenze pittoriche, soprattutto tedesche e spagnole, sono rimaste nell’arte di Gian Marco Montesano qualcosa di decisivo e fondamentale, hanno superato ogni forma di occasionalità per diventarne la poetica. La violenza, di cui la guerra è l’ espressione più crudele e vera, può essere in grado di dominare il sistema; dalla guerra derivano posizioni dure e spesso ingiuste o contradditorie. Se guerra e violenza hanno questo potere, l’unico mezzo per uscire da un tunnel apparentemente senza fine è quello di elevarsi dalle cose terrene. La religiosità è una risposta, l’elevazione attraverso la preghiera risponde a questo scopo; salire verso l’alto ha il duplice significato di ridurre a nulla la differenza tra il sentire e il vivere e di avvicinare l’uomo alla divinità.
Questa ha i tratti semplici della religione popolare, è amichevole e rifratta in gerarchie e organizzazioni sempre vicine alle persone. E’ immagine, ex voto, santino, qualcosa che tutti comprendono. Per l’artista pregare è avvicinare il cielo alla terra, è aprire il sacro cuore verso l’uomo che attende dal rapporto con Dio una traccia, una direzione come un comandante in battaglia. Se a questo concetto associamo la nitidezza del tratto, la chiarezza dei colori e l’immediatezza dell’immagine, scopriamo tutta la poesia di questo artista che a saputo con sottile ironia narrare cose difficili e importanti, della guerra, della religione, del senso del dovere. La chiave di lettura dunque di Montesano è una profonda e sofferta riflessione sul tempo e sui valori che devono rimanere intoccati, puri, liberi da ogni scoria di contemporaneità che omologa e appiattisce. Per questo non vi è pessimismo nel suo lavoro, tutto dunque è dominato da una chiave segreta che permette di scoprire nella ritrovata immagine la consapevolezza di una realtà che soggiaceva. La pittura, l’arte diventa scoperta, rilettura di significati oggi occulti, di simbologie arcane che un tempo erano comprese da tutti. E’ come se mondo e rappresentazione si fossero separati per rincontrarsi attraverso il loro racconto, nell’unione di una cronologia che è riflessione ma anche piacere della narrazione.
Lo sport è in un certo senso una metafora della guerra, una sua sublimazione e l’artista vi ha dedicato momenti importanti del suo romanzo per immagini. E vi sono date e città che non si possono dimenticare come Berlino, capitale tedesca, simbolo della potenza delirante del nazismo ma anche simbolo modernità, innovazione, tempio dell’architettura tra otto e novecento. La data, il 1936, sta a ricordare le più famose olimpiadi della storia. Un’organizzazione perfetta, una folla delirante, un’immagine di forza e giovinezza che Hitler voleva dare al mondo intero per dimostrare che il suo sogno poteva diventare realtà: tutto questo fa parte dell’immaginario del secolo scorso. Le olimpiadi rese celebri da Leni Riefenstahl, sportiva di qualità , regista e fotografa straordinaria, e dal suo celebre film, ma anche le olimpiadi in cui si celebrava il mito della razza ariana, messo in crisi dalla prestazione di Jesse Owens sui 100 metri piani. Nel mito della grecità, della classicità e dell’Occidente, altro termine caro a Montesano, Berlino 1936 ful’antipasto della Seconda guerra mondiale e anche l’ultima occasione di pace per il mondo intero.
La storia e le storie che Gian Marco Montesano partendo dalle immagini della propaganda tedesca racconta fanno parte di un vero e proprio monumento al Novecento e servono a cogliere particolari di un secolo che è stato definito “breve”, per mettere in risalto la quantità di eventi, spesso contradditori, che vi si sono agitati. Nel trittico straordinario “Credere, obbedire, danzare” del 2009 l’ esaltazione del movimento fisico si sposa all’ideologia, ma tutto si smaterializza in una concezione corpo come macchina perfetta, elegante, controllata. La pittura dell’artista, è un’analisi d’ immagini che tutti sentiamo di conoscere, o di riconoscere. Una storia nella Storia, un inno allo sport che è rappresentazione dell’ideologia, ma anche un inno alla gioventù dei protagonisti. La stessa gioventù che il Novecento in quegli anni stava rapidamente perdendo, per trovarsi di fronte al baratro della Seconda guerra mondiale, per diventare soldati in cerca di un senso più grande di loro.

Pace

“Pace: negli affari internazionali, un periodo di inganni fra due periodi di guerra”. (Ambrose Bierce)

Si sa che gli effetti della guerra spesso si prolungano e riverberano negli anni a venire, che ci vogliono due o tre generazioni per superare l’odio, la violenza, i disastri almeno quelli fisici. Per questo nell’epopea del Novecento di Montesano compaiono sempre persone e ambienti legati agli anni Cinquanta e Sessanta, comunque a forme d’irraggiamento di eventi precedenti, in cui sembra quasi che la felicità nei volti sia un assoluto, che si viva in una sorta di atmosfera incantata di una liberazione da una cortina di piombo strappata definitivamente ( o quasi).
Alla fine non sono il Piccolo Padre, cioè il terribile Stalin, o l'ex pittore austriaco dall'indimenticabile baffetto, a risultare veri, magari sono quei personaggi vestiti come in Ladri di biciclette o come sulle copertine di Grand Hotel che ci colpiscono e che ricordiamo più a lungo. Le signorine in bicicletta, gli innamorati a Stresa, i gitanti sul lago, sono i coriandoli della Storia che avvertiamo come più vicini a noi per censo o memorie familiari.
Il lavoro di Gian Marco Montesano può apparire come un album di vecchie fotografie ritrovato in un trasloco. Ma l'artista sembra porre continuamente la domanda se possa esistere del sentimento senza il corollario del sentimentalismo che ne costituisce il liquor mortis. Per questo la sua elaborazione delle immagini è lunga e paziente, prima di passare alla realizzazione di un quadro compone la scena in modo minuzioso, spesso allontanandosi dalla realtà fotografica iniziale. Non vuole cascare nella trappola del dolciastro allora spinge la rappresentazione oltre in un territorio al di là del gusto e della memoria. L'eccesso paga, anche quando per sottrazione cerca di essere pura registrazione del già dato. Pur non avendo mai fatto una fotografia in vita sua, il pittore Montesano ci ha fornito lo sguardo più lucido e crudele su quello che siamo e sui limiti dell'arte attuale, del rapporto con la tecnica e la riproducibilità.
In effetti proprio questo svuotamento del senso, appare come il dato più controverso dell'arte di Montesano. Perchè questo svuotamento non è opera di una visione pessimista del mondo, ma è il segnale di un mondo che si è eroso dall'interno ed è rimasto come un albero cavo e sterile da tagliare. L'ambiguità è proprio il costituirsi di un senso in questo non senso. L'accumulo di immagini porta ad un nulla rumoroso e visivamente strabocchevole, ma irrimediabilmente perduto nella ricerca di un proprio significato. Non sono rassicuranti i suoi disegni o i suoi quadri. Il passato non è qualcosa in cui tutto è facile e semplice, il ricordo non migliora gli eventi. Sono passioni disseccate, épuisées. Anche i suoi paesaggi alpini che costituiscono uno dei suoi soggetti preferiti, sono una testimonianza della sua passione verso la montagna, vere e proprie cartoline che sembrano sopravvivere ai buoni sentimenti che tradizionalmente evocano.
I temi ritornano come in "Sorelle d’Italia" (2008), "Amours d’Amerique" (2008), "Hollywood" (2007), sembrano comunque rivisitati, diversi. Il quaderno di appunti diventa un quaderno di storia in cui l'Europa si specchia fragile e perduta, quindi bellissima. Perchè Montesano è un artista autenticamente europeo e non solo per la sua vie parisienne o per il suo amore per la lingua e la cultura tedesca, ma per il tipo di cultura che egli ha saputo e sa esprimere. Si può dire che l'artista ha sempre cercato la matrice europea di una cultura che il secolo appena terminato ha consegnato alla Storia. C'è tutta un’Europa da cui ci siamo allontanati come quella di “Regard perdu” (2004) o di “Histoire du soldat” (2005) o della impossibile Yalta ( Roosevelt, Churchill, Stalin più il fantasma di Hitler) di “Immagine storica” (2005) ma quella che stiamo attendendo fatica a mostrarsi a comporsi. Possiamo solo sperare che la svolta nel Terzo Millennio aiuti non a dimenticare, ma a ricostruire, anzi a ricostìtuire un tessuto attraverso le cellule staminali dell’arte.
Il coraggio di Montesano è istituito proprio dal non aver mai avuto paura dell’ovvietà, delle banalità, delle immagini sognanti ed edulcorate. Su questo coraggio dell’artista si deve ancora dire perché il suo lavoro ha tanti pallidi imitatori, ma nessuno che abbia saputo coglierne la verità, l’essenzialità fatta di un’ossessività attorno a temi ed elementi ricorsivi quanto inattuali. In effetti, il suo lavoro è stato copiato in superficie, ma certamente la cifra segreta rimane occultata. Ha portato la pittura figurativa dove pochi hanno osato avventurarsi ; sulle icone sacre elementari, sulla guerra, sull’immaginario popolare perchè lui rimane un uomo del popolo che non vuole evadere dalla sua appartenenza. Se il linguaggio di Montesano affonda in esperienze parallele come quella di Francois Morellet, in una pittura che negli anni Sessanta non si era adagiata piegata dentro lo stream dominante dell'arte concettuale, allora la sua strada è proseguita in direzione di una ricerca della tradizione pittorica occidentale che racconta storie, mondi, idee, in modo chiaro e diretto. L’artista quasi si tira da parte, non eccede con i linguaggi e lo stile, ma vuole farsi comprendere dal pubblico.
Essendo un artista atipico, anzi, a sentire lui un artista per “caso e necessità”, Montesano si è collocato in una posizione difficile, non assimilabile ad altri compagni di viaggio magari più giovani. Lui non vuole essere moderno, figuriamoci se vuole essere contemporaneo. Il dato di partenza della fotografia, dell'immagine da rotocalco o da libro di storia, è puramente mnemotecnica come in pittori come Bacon. Le sue immagini hanno quel tono nazional popolare che fa, per esempio, del festival di Sanremo un momento importante del nostro inconscio musicale. Il suo snobismo è al contrario : qualcosa è accaduto e ci ha portato fin qui, inutile cercare di selezionare e dividere in buoni e cattivi, stabilire ciò che appartiene alla cultura e ciò che appartiene allo spettacolo.
I lavori di Gian Marco Montesano incutono un po’ di vergogna in chi li guarda e li apprezza forse perché trasformano quelli che sono impulsi al piacere della retorica e della bella immagine in qualcosa che solo l’assoluto dell’arte sa restituire: la certezza che gli eventi della storia cambiano a seconda di come li si guarda e del nostro stato d’animo. All'artista riesce il compito di ingannarci sulle nostre buone intenzioni o su quelle che pensiamo siano tali. I suoi soldati sono per noi imbarazzanti perchè non dovrebbero abitare i territori dell’arte, le donne comuni in atteggiamenti da dive holliwoodiane appartengono ad una sottocultura, perché allora entrano nei musei e nelle manifestazioni internazionali?
Lo zoom sulla storia va avanti e indietro quello che appariva lontano si avvicina e viceversa. Montesano non ha la pretesa di stabilire una distanza di messa a fuoco valida per tutti. Questo eterno giocare a nascondere o rivelare le sue intenzioni, porta anche ad uno dei motivi d'interesse verso il suo lavoro. E’ il paradosso del ready made che ritorna, cosa voleva dire l’artista? Questa indecidibilità, rende spesso impervi i giudizi soprattutto a chi non vuole arrendersi al paradosso di una pittura che si fa più concettuale dell’arte concettuale stessa. Ogni rivelazione ha il suo pubblico. Gian Marco Montesano anche nei grandi temi storici, sta dalla parte degli umili, anzi dei semplici, di quelli che non per forza devono capire per vivere e andare avanti. Forse perché sono questi gli strumenti, del fato, del Signore, di un Principio superiore che indirizza i clinamen degli individui.
Sono questi la storia, le storie. Sono questi i protagonisti di un Guerra e pace che ci sta interessando da qualche decennio, ormai. Allora le sue immagini sono leggibili come un grande carnet de dessins in cui il pubblico e il privato cedono all’oggettività dell’arte, che è quella della molteplicità dei punti di osservazione. Montesano la sua battaglia, la sua guerra l’ha vinta perché siamo ancora qui a parlarne, a guardare i suoi lavori con la curiosità e il piacere di sempre, fedeli ad una storia che vorremmo fosse sempre più nostra.



Valerio Dehò.


 
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