“ANTONIO CATELANI”
 
 
Cominciamo col portare davanti agli occhi questi due stili convergenti perché il due sia il punto di partenza, due metà dissimmetriche di un uno che non è più un 'istanza originaria, né una richiesta, il richiamo ad una responsabilità, né l'ammissione di una mancanza, bensì l'effetto di una sovrabbondanza, di una molteplicità estorta al più essenziale venir meno, un dono, il convergere appunto di due serie, di due flussi. Convergenza che rimanda a un'azione formidabile in cui l'autore si dissipa e perde la propria identità, perché la distanza tra i profili fissati e i flussi di profili possibili è già da sempre in atto e l'incontro, già dissimmetrico, è frutto della differenza del molteplice e della misura dello scarto.
Chi ha pensato di essere di fronte a un neominimalismo si è fidato troppo del proprio senso comune. Qui non c'è una presenza assoluta dell'oggetto, né una mancanza originaria (all'occasione di senso o di ridondanza), c'è piuttosto una regola persa, una complessità dei possibili che non si chiude su un unico stile come identità ultima. Se c'è uno stile - per cui Catelani è Catelani e non un altro - è l'effetto di una molteplicità offerta in dono.
Già il filosofo incitava: poeticamente abita l'uomo l'impossibile, il non familiare, il molteplice . appunto, l'inabitabile. E abitare è già dire l'architettura e non familiare è il perturbante, che è già dire l'inconscio, e con esso l'inabitabile dialettica dèl linguaggio.
Il riferimento all'architettura è centrale in Catelani, intorno ad esso ruotano la dichiarazione di questo impossibile abitare e i rovesciamenti e i chiasmi che contestano la pura identità.
In architettura l'individuazione di uno stile è data dal disegno del profilo dell'oggetto, dove il progetto è la definizione dei rapporti, la costruzione il sistema dello sviluppo spaziale e la realizzazione il corpo stesso dell'opera. Ma già il disegno è il disegno, l'oggetto è la scultura e il profilo e dell'architettura stessa. La pittura, gesto e colore, è a sua volta giocata al limite del suo venir meno nella riduzione al bianco, colore della sparizione ma anche essenziale deposito della molteplicità.
Catelani infatti mette in scena l'inevitabile doppiezza di ognuno degli elementi individuati e a partire da essa ricostruisce il senso della molteplicità. Così se il profilo è la separazione netta, lo stagliarsi secco nella sua funzione di demarcazione tra dentro e fuori, tra corpo e spazio, esso è anche bordo, limite, soglia incorporea e la sua precisione non è che la maschera del suo essere uno tra i tanti possibili; così il disegno se è linea precisa e diritta, decisa indicazione di ulteriori delimitazioni, è anche rimando ad altri profili possibili ed interruzione del flusso continuo; e infine l'oggetto è al tempo stesso corpo scultoreo e suo annullamento come flusso tridimensionale del profilo, moltiplicazione di un bordo in movimento. Perché tutto si gioca a livello di bordi, di margini, di limiti sotto forma di profili e tracce che non stanno più intorno, non circondano il corpo dell'oggetto, ma lo attraversano, lo marcano al suo interno, marcature molteplici, tracce simultaneamente segnate e cancellate dal flusso, insieme presenti e assenti, traçciate e impossibili.
E la dialettica tra flusso e interruzione, come dire tra spazio/tempo e sua fissazione, taglio, segmentazione: il profilo è il punto di partenza e insieme di arrivo, i segni-disegni sono altri profili possibili rispettando i rapporti di proporzione spaziaIe e il corpo della scultura è il flusso inarrestabile del tempo intero all'opera. Tutto si svolge all'interno, è molteplice, non infinito: se lo sviluppo dell'opera si ferma a un certo punto non è per mancanza, per impossibilità materiale, ma per eccesso di possibilità interna, perché i bordi, i margini, i limiti sono dentro, e non fuori, perché il tempo, il flusso non è lo spazio tra una partenza e un arrivo, ma l 'eccesso di differenti partenze e arrivi possibili, lo scarto tra ogni partenza che è anche arrivo. Questo eccesso di bordi interni e di limiti ridisegnati, questo scarto continuamente rinnovato della differenza tra partenza e arrivo all'interno del flusso è il dono della moltiplicità che nasce dal due, è la realtà labirintica di ogni linea retta, tempo come « aion» contrapposto a « kronos». Passato, presente e futuro sono tutti dentro: non c'è stacco dalla tradizione, c'è interpretazione, ma è impossibile una citazione di un presunto già dato; c'è progetto, ma non come futuro a venire. ma come prima del dopo e dopo del prima; c'è stile, ma come dono della molteplicità e non fissazione di un attimo.
Chi ragionava in termini di modernità a postmo-
dernismo, sicuramente pensa che a quest'ultimo debba ora succedere un rinnovato richiamo al primo, fissando in tal modo per l'ennesima volta i poli di un'assurda ciclicità senza fine (e senza senso) e perdendo sia il senso del fluire della differenza sia la compresenza del molteplice che è interno a quella dualità stessa e non si lascia mai fissare in uno solo dei suoi aspetti. Molteplicità è complessità: non che non esista l'uno, ma non è fissabile; non che non esista il due, ma è costantemente inchiasmato; non che non si debba scegliere, anzi si è già scelto, ma non si sceglie l'uno senza il due. La complessità è il manifestarsi del possibile, cioè il farsi corpo dell'impossibile.
Cercare una regola vuoi dire sovrapporla a un disordine che non la richiede e non cercarla varrebbe dall' altro ammettere un caos inammissibile. Se essa è persa vuoi dire almeno che è possibile, possibile nel senso di non fissa e insieme presente, non arbitraria ma neppure inutile, impossibile si, nel senso che non è trovata ma rincorribile. Poeticamente si abita l'impossibile come possibilità, il possibile, evidentemente, come impossibilità. Il possibile è il farsi luogo (disegno del profilo) dell'impossibile, l'impossibile è il non fissarsi (flusso del profilo) del possibile.
Abitare la molteplicità vuoi dire non assolutamente accettare la pluralità come convivenza caotica dei diversi, ma non arrestarsi all'unicità di un identico e dichiarare la differenza come vitale crescita non caotica. La molteplicità non cresce sull'infinita diversità dei singoli irriducibili, ma sulla differenza dei principi in continua modificazione. La differenza: ricorre nei titoli delle opere di Catelani il due: Doppio ordine, Due stili convergenti ... perché è dal due che nasce la molteplicità, dal loro rovesciarsi l'uno dentro l'altro, dal loro non fissarsi separatamente, dall'inchiasmarsi dei loro bordi.
Facciamo innanzitutto convergere due stili all'altezza degli occhi che guardano. Essi percepiranno il due come impossibilità dell'uno (il loro stesso sguardo, uno, che tenta di riunire la doppiezza degli occhi, verrà mostrato di fronte ridiviso dissimmetricamente in due) e se la convergenza c'è non sarà come una richiesta, un obbligo, un compito morale, né l'ammissione di una mancaza, ma l'effetto di una sovrabbondanza, il dono di una molteplicità estorta alla più essenziale impossibilità stessa.
Stile, dunque, come generosità di più stili confluenti, fluenti insieme.
L'opera Composto esposta alla mostra «Salgemma» (con Guaita e De Lorenzo, apparentemente; anomala nel lavoro di Catelani, illustra ancor più esplicitamente il senso di fondo. Quattro lamiere bianche piegate diversamente e diversamente angolate rispetto alla perpendicolare, trattenute nelle loro posizioni da otto «cornici» che esse attraversano, si dispongono tuttavia lungo una linea retta puramente immaginaria, ideale almeno, spezzata nei suoi quattro segmenti, a tenere tutto insieme, e contemporaneamente a separare nella differenza, con la sua irrealtà (reale). Qualcosa del genere, voglio dire, non potendo fare a meno di una metafora e anzi attraversandola, tiene insieme la consistenza della realtà. Una linea retta che non è una geometria, non è una scienza né un'obbiettività, ma un'idea, e per essere retta non è meno labirintica, fluente, inarrestabile: come il tempo, come il margine, come la piega ... (come la piega del «libro» di Mallarmé, come il labirinto di Borges, come il tempo Aion degli Stoici, come il margine e la traccia della «différance» di Derrida ... ).
Questa via impossibile è l'unica strada percorribile. Sempre si è cercato questo mezzo, questo luogo intermedio, sospeso tra l'irriducibilità degli uno e la fissità delle opposizioni, sempre si è indicata una differenza, una molteplicità, senza fissarla in una definizione che la perda. Essa è già sempre presente e sempre persa, sempre assente e di nuovo riindicata. Tanti prefissi e suffissi nella storia dell'arte hanno tentato di esprimerla in tal modo bloccandola; l'opera non è sufficiente, ma è tuttavia indispensabile a indicarla; l'artista la sente ma non può sceglierla, per esserne scelto deve abitarla. Catelani l'ha trovata: poeticamente, cioé in arte, la abita, cioé vi è dentro e continua ad espanderla.
Novità? Dopo il moderno, dopo il postmoderno, in mezzo ad altro moderno e ad altro postmoderno, questo luogo intermedio, e da sempre, in arte, è da ricercarsi sempre di nuovo. Questi paradossi insospettabili, questi labirinti senza contorsioni, queste impossibilità poetiche sono una possibilità che non finisce mai di produrre del nuovo.
ELIO GRAZIOLI


 
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