GIANNI STEFANON "L'oro dell'immaginazione"

L'ORO DELL' IMMAGINAZIONE
Guido Pellegrini
Possiamo immaginare di camminare accanto ad un viaggiatore incantato lungo il percorso del suo arrivare a noi.
Possiamo accompagnarlo e renderei conto che a dirci di lui non sono tanto le parole che usa, quanto quello che la sua sensibilità mostra di avere raccolto nel paesaggio che siamo andati attraversando.
La distanza che alla fine avremo colmato sarà la misura del nostro senso di coinvolgimento nel suo sguardo, mentre vi riconosciamo, con tutta l'irruenza della sua meraviglia per ogni presenza che incontra, la naturale curiosità del compagno di viaggio che è in noi. Possiamo allora sentire come d'essere tornati da una ricognizione dei luoghi d'elezione comuni, d'aver già conosciuto una visione della realtà per cui si tenta sempre di conservare in vita le emozioni quando tendono a dissolversi nell' avanzare con noi del tempo, e d'aver già condiviso l'attenzione per il senso di novità, per l'entusiasmo, che è possibile ancora conquistare riprendendo i cammini interrotti della nostra memoria.
Possiamo cosÌ accorgerci di non esser soli nel ricercare un attimo successivo al presente che sia capace di rinnovare una volta avvenuto, a volerlo continuamente ricostruire, e non per trascendere la consistenza del nostro desiderio nella solennità d'un tempo assoluto e inavvicinabile, ma per manifestarlo nel contemporaneo avvenire e scambiarsi, in noi e con noi, d'una forza emotiva.
Ricordiamo tutti degli istanti in cui siamo riusciti a dare finalmente un tempo al respiro e a liberarci dalla sospensione di sé, a non prestare terra d'approdo né alla nostalgia, né all'illusione, né alla contemplazione del presente, ma a disporre la memoria ad accogliere l'esperienza ulteriore ed il desiderio a volerla vivere compiutamente.
Ci è stato possibile quindi aprirci al momento
quando avviene e permettere all'affettività di sentirsi toccare da una sorta di gratitudine per qualcosa che ci era distante ed estraneo quanto lo era l'attimo prima di divenire in noi la nostra realtà.
Siamo stati prima trascinati e poi coinvolti a guardare all'immediato futuro senza temere di essere sul punto di incontrare indifferenza od angoscia, eppure spesso abbiamo preferito dimenticare questa possibilità di meraviglia o abbiamo caricato di significato quello che avveniva per renderlo accetto alla nostra intelligenza.
Di fronte all'indifferenza e all'angoscia che abbiamo dovuto comunque conoscere, abbiamo perso la speranza di risentire in noi lo slancio necessario a farci saltare avanti con allegria e a sostenere il senso di dissolvimento che provavamo opponendo gli il desiderio di unificazione con il tempo nel suo scorrere.Il graduale avvicinamento che la dimensione delle tavole di Stefanon ci consente è la narrazione di questo percorso del divenire in noi delle cose, e l'emozione, la tenerezza a volte, che pare suggerirei, è il presupposto per cui sarà ancora possibile desiderare di guardare e di fare.
Ad attrarci subito, infatti, è la vibrazione del colore, quasi il richiamo, in una giornata di luce, che può esercitare uno stemma smaltato su un muro di un palazzo. Qualcosa di lontano che ci invita a raggiungere, dopo una pluralità di visioni sempre più ravvicinate della stessa realtà, la sua superficie riflettente e trasparente assieme.
Scopriamo allora che ogni tavola ha un suo senso compiuto e definito, che le figure non sono mai tagliate per dare certo importanza all'uomo e centralità alla composizione con le figure stesse, ma soprattutto per fare in modo che la tavola finita abbia una capacità comunicativa esauriente di tutta la presenza che la crea, e allo stesso tempo, proprio in virtù di quest'ultima, come se non potesse, per sua legge interiore, non ricollegarsi continuamente ad altre presenze in un 'unità ulteriore, quella dell'universo, che le determina poi tutte.
Il lavoro di Stefanon tende a metterci di fronte ad una particolarità, ad un frammento di vetro in cui sarà possibile, una volta ricomposto intero nell' immaginazione, non solo guardarsi e cogliere la realtà che è passata attraverso le nostre sensazioni arrivando ad imprimersi in una memoria emotiva leggibile nel nostro sguardo, ma in cui sarà anche possibile vedere simultaneamente la presenza di vita al di là del frammento, in una consapevolezza dell'unità delle due visioni che riesce a comprendere se stessa come luogo dell' avvenire continuo della natura spirituale degli uomini e che, proprio per questo, può dichiararsi non come coscienza, non come sapienza, ma come semplice
I facoltà di percezione.
Ci si inserisce così in un moto circolare dove la memoria riesce a ridursi a esperienza e divenire uno strumento, dove tutto quello che si conosce può venire utilizzato contemporaneamente anche se ogni componente appartiene al ricordo di momenti diversi.
Si intuisce allora come le due Lede di Stefanon, una notturna e sensuale, l'altra apollinea, e la Madonna del Latte ad esempio, possano essere viste come rappresentazioni d'una stessa figura colta in momenti diversi, in tavole dove persino ogni colore prescelto è ed insieme dà un'emozione di particolarità e differenza, ma per poi distendersi sulla stessa superficie, omogenea e riconoscibile, opera dopo opera. Per questo, di fronte ai tanti richiami storici intrecciati ad altri richiami dal significato a volte così intimo da non poter esser colto, di fronte ad una sovrapposizione incessante di temi ed aspirazioni, nulla in realtà riesce a confonderci.
Si avverte dalla spontaneità non casuale dell'esecuzione che la tavola è stata composta per mostrare non un discorso simbolico, non un' atmosfera, non la solennità d'un pensiero, ma per rigenerare l'emozione racchiusa nel simbolo, nell' atmosfera e nel pensiero stesso, per scambiarla con chi guarda, fuori dall' opera e dentro la sua particolare visione.
La pittura di Stefanon è così una via di ricomposizione delle distanze, è un tempo capovolto dove l'altro e l'altrove possono avvenire in noi, in tutta la loro unicità, prima di noi stessi e dell'universo a cui ci richiamano. E una pittura che ha la capacità di intene-
rirei, d'incantarci come bambini a cui si può far credere dell' esistenza degli unicorni come di quella di Dio, esaltando i colori con l'oro dell' immaginazione, ricercando un' armonia cromatica che animi la figura e la renda capace di vibrare.
Il fantastico in Stefanon è il presupposto di questa libertà dell' espressione, di un comporre sulla tavola senza macerazione, ma con la freschezza, la leggerezza, dell'attimo d'entusiasmo succeduto all'ideazione.
Resta intatta e visibile infatti la possibilità di cogliere la tenerezza per l'uccellino che canta all'orecchio del bambino disteso sul grano dorato o per il cardellino che sfila una spina dalla corona del Crocefisso; e anche se sappiamo che la spina al cardellino serve per il nido, così come riconosciamo che il canto dell'uccello è spontalleo e indipendente dal bambino, possiamo comprendere che esiste anche un modo di guardare alle cose dando loro un senso che trova ragione sufficiente nell' immaginazione.
Nel fantastico basta vedere dentro di sé una figura per riconoscerla esistente quanto quello che vediamo fuori di noi, per ritenerla degna d'essere narrata come vera.
Il problema della realtà in Stefanon viene risolto accogliendo in essa tutto quello che lo sguardo può osservare. Da quale memoria emerga la visione, da quale momento e luogo, da quale trasformazione non importa, importa invece che si manifesti ricercando il punto di comunione con l'emozione in noi della scoperta, della possibilità di sorpresa ancora racchiusa nell'attimo che sta per arrivare e nella libertà di ognuno di interpretarlo come vuole.

