MITORAJ

APPUNTI SULLE ULTIME OPERE DI MITORA]
Giovanni Testori
L'arcata che Mitoraj va stendendo sull'arte contemporanea, un' arcata che sembra assorbire e superare tutte le impervietà e, insieme, le facilità, sta dando solo in questi ultimi tempi la misura di dolente partecipazione al destino dell'uomo che, prima, una lettura troppo edonistica poteva, se non nascondere, certo limitare. Pel vero il senso d'una bellezza suprema, il bisogno e la volontà di vincere le scorie della morte, ricuperando o facendo risorgere dai sepolcri del tempo e della storia una filosofia o, quantomeno, un' etica dell' armonia, avrebbe dovuto avvisarci che tutto veniva tentato perché l'uomo, dopo tante deformazioni, potesse ancora essere formato ; potesse ancora trovare
per sé, e per tutti, i canoni del suo essere e Vivere come "creatura".
Mitoraj s'è sempre mosso per consegnare al nostro tempo le truppe di resistenza e d'assalto di ciò che il nostro tempo soprattutto desidera pur mostrando di non saperlo poi raggiungere: cioè, il valore morale, etico, religioso, se non addirittura teologico, della bellezza. E
stato proprio continuando a battere su questo bisogno, e a battere con la paziente e pervicace costanza con cui gli antichi fabbri percuotevano il ferro, che Mitoraj ha, per dir così, scoperto più da vicino di che dolore, di che "lagrime e sangue" tale bellezza non può non grondare.
E così che, piano, piano egli si è assunto dentro l'uomo trionfante e, comunque, risorgente, l'uomo crocefisso; l'uomo, cioè, dei dolori. Mi pare questo il significato più alto e struggente dell'ultima fase della sua scultura; essa non demorde d'un centimetro dalla sua fascinazione a essere bellezza, ma morde ora, e senza pace, il nostro cuore e il nostro intelletto dicendoci che la bellezza non può essere tale se non a patto d'accettare tutte le ferite che, per esistere, gli è d'obbligo ricevere e, forse, in una fiammata quasi mistica, più che accettare, desiderare.
Per quale profonda ragione gli "inserti" dell'ultimo Mitoraj ci sembrano ferire
o, addirittura, scomporre le figure e nello stesso tempo "restaurarle"? Qual è il punto in cui le due azioni si sovrappongono e s'arrestano nella tribolata pienezza d'un nuovo risultato
e, in definitiva, d'una nuova immagine di splendore?
Rispondere a queste domande significa cogliere il processo per cui la bellezza smonta se stessa per mostrare a sé e ad altri di resistere anche assediata, anche smangiata, anche ferita e, talvolta, sconciata, come nella bellissima Visita a Piero (1990). Questa scultura mi pare che segni "un punto di non ritorno"; in silenzioso e come eterno equilibrio, la testa assomma in sé tutto il respiro della vita ma, in egual misura, tutto il silenzio e la pace della morte. Eretto e, insieme, deposto (proprio come nei "sepolcri" rinascimentali) questo ritratto starà per sempre al centro dell' arcata sculturale di Mitoraj: se pur tornerà alla bellezza, essa conserverà in sé il brivido del passaggio accanto a lui, l'eterno silenzio; accanto a lei, la morte.
Giovanni Testori
L'arcata che Mitoraj va stendendo sull'arte contemporanea, un' arcata che sembra assorbire e superare tutte le impervietà e, insieme, le facilità, sta dando solo in questi ultimi tempi la misura di dolente partecipazione al destino dell'uomo che, prima, una lettura troppo edonistica poteva, se non nascondere, certo limitare. Pel vero il senso d'una bellezza suprema, il bisogno e la volontà di vincere le scorie della morte, ricuperando o facendo risorgere dai sepolcri del tempo e della storia una filosofia o, quantomeno, un' etica dell' armonia, avrebbe dovuto avvisarci che tutto veniva tentato perché l'uomo, dopo tante deformazioni, potesse ancora essere formato ; potesse ancora trovare
per sé, e per tutti, i canoni del suo essere e Vivere come "creatura".
Mitoraj s'è sempre mosso per consegnare al nostro tempo le truppe di resistenza e d'assalto di ciò che il nostro tempo soprattutto desidera pur mostrando di non saperlo poi raggiungere: cioè, il valore morale, etico, religioso, se non addirittura teologico, della bellezza. E
stato proprio continuando a battere su questo bisogno, e a battere con la paziente e pervicace costanza con cui gli antichi fabbri percuotevano il ferro, che Mitoraj ha, per dir così, scoperto più da vicino di che dolore, di che "lagrime e sangue" tale bellezza non può non grondare.
E così che, piano, piano egli si è assunto dentro l'uomo trionfante e, comunque, risorgente, l'uomo crocefisso; l'uomo, cioè, dei dolori. Mi pare questo il significato più alto e struggente dell'ultima fase della sua scultura; essa non demorde d'un centimetro dalla sua fascinazione a essere bellezza, ma morde ora, e senza pace, il nostro cuore e il nostro intelletto dicendoci che la bellezza non può essere tale se non a patto d'accettare tutte le ferite che, per esistere, gli è d'obbligo ricevere e, forse, in una fiammata quasi mistica, più che accettare, desiderare.
Per quale profonda ragione gli "inserti" dell'ultimo Mitoraj ci sembrano ferire
o, addirittura, scomporre le figure e nello stesso tempo "restaurarle"? Qual è il punto in cui le due azioni si sovrappongono e s'arrestano nella tribolata pienezza d'un nuovo risultato
e, in definitiva, d'una nuova immagine di splendore?
Rispondere a queste domande significa cogliere il processo per cui la bellezza smonta se stessa per mostrare a sé e ad altri di resistere anche assediata, anche smangiata, anche ferita e, talvolta, sconciata, come nella bellissima Visita a Piero (1990). Questa scultura mi pare che segni "un punto di non ritorno"; in silenzioso e come eterno equilibrio, la testa assomma in sé tutto il respiro della vita ma, in egual misura, tutto il silenzio e la pace della morte. Eretto e, insieme, deposto (proprio come nei "sepolcri" rinascimentali) questo ritratto starà per sempre al centro dell' arcata sculturale di Mitoraj: se pur tornerà alla bellezza, essa conserverà in sé il brivido del passaggio accanto a lui, l'eterno silenzio; accanto a lei, la morte.

