Marco Bolognesi "LA MEMORIA DENTRO IL FUTURO"

LA MEMORIA DENTRO IL FUTURO
Gianluca Marziani
Dicembre 2007. Inizio da una frase che avevo usato per la chiusura di un altro testo su Marco Bolognesi. Scrivevo così: Volti che sono la memoria dentro il futuro… e penso che in poche parole riassuma una precisa volontà stilistica lungo la personale metabolizzazione del corpo femminile. In scena compaiono donne al centro dell’inquadratura, icone che l’artista fissa secondo scatti ravvicinati su fondali che esaltano la figura e la sua energia ambiguamente erotica. Soltanto donne in questo gineceo fotografico dove la qualità dello stile incontra la sintesi di uno sguardo. Donne che ci osservano senza tregua, ferme mentre qualcosa sta accadendo sulla loro pelle. Donne come target davanti alle nostre energie, sensazioni, memorie, ossessioni, paure. Noi siamo qui. Loro dall’altra parte: impassibili catalizzatori che costringono ad interrogarci su cosa vediamo per davvero dietro il perfezionismo artificioso dell’immagine.
Donne che giocano con la propria bellezza polivalente, aprendosi agli influssi esterni, ai temi del trasformismo veggente, alle culture altre di un mondo da indagare. Lo scatto fotografico le fissa nel frangente del perfezionismo momentaneo, quando il gesto e le pose diventano atto iconografico. In quel preciso scatto, secondo un modello fotografico che manipola la natura per ideare l’artificio, la figura esce dalla contingenza storica e assume una postura universale. La donna si trasforma in pura immagine, strumento malleabile che raccoglie idee e messaggi lungo la sua presenza scenica. A riprova che l’arte inizia quando il corpo diviene pretesto, quando la fisicità si sublima nell’impalpabile variazione semantica di una nuova composizione figurativa.
Riporto, per correttezza filologica, una piccola parte del mio precedente testo, ribadendo la modalità elaborativa con cui l’artista costruisce le sue immagini fotografiche. “…Il volto diventa un edificio organico da costruire con supporti di variabile complessità scenica. Le professionalità in campo, dal make-up artist agli hair stylist, contribuiscono al backstage progettuale, mettendo Bolognesi al centro di una regia figurativa dove le creatività collaborano in maniera olistica. Ne risultano molteplici icone visionarie: donne su fondali scuri o contrastanti che ci colpiscono in modo inconsueto, messe in scena con la tensione dell’intervento reale e la concentrazione di uno scatto fotografico senza errori… …Un viaggio tra modelle dai lineamenti sinuosi, body painting radicale, acconciature affascinanti. Un lavoro di casting, hair stylist, make-up, fondali, luci di scena, pulizia del dettaglio: momenti tecnici con cui l’artista analizza e ribalta gli stereotipi iconografici della moda…”
Una figura primordiale, atavica, figlia di una memoria profonda che posiziona i nostri occhi verso le culture africane, verso il tribalismo spirituale delle maschere in legno di cui conserviamo letteratura e prove reali. In particolare mi riferisco alle maschere facciali della Repubblica del Congo, espressione matura di uno spiritualismo dalle ragioni storiche e dai valori eticamente complessi. L’energia di quei manufatti emana dagli occhi scavati o incisi, dalle aggiunte ornamentali (conchiglie, raffia, corde, tessuti…), dal sapiente intaglio del legno, dai nasi che catturano la centralità prospettica, dalle pitture che decorano la superficie frontale. Ci sono esempi tra loro diversi, risalenti ad epoche ed usi che danno la misura di ogni singola scelta estetica. Viste assieme indicano un rapporto fortissimo con il corpo, in particolare con la magia irradiante del volto che racchiude la vita e il suo mistero alchemico. Pathos e potenza ruotano attorno alla maschera, a riprova di una centralità del viso umano tra comunità culturali anche lontane.
Similmente al risultato delle maschere africane (soprattutto quelle Mkaki, Mfondo, Mwana phwevo, Kifwebe, Lukwakongo, Ngaady a Mwaash), i volti di Bolognesi si trasformano in maschere smascherate, finzioni visionarie dove gi artifici completano l’identità ideale con la sua fertile qualità estetica. Le acconciature, il trucco marcato, alcuni elementi applicati sono la visione speculare di un’influenza molteplice che procede avanti e indietro, tra occidente bianco e culture nere. Un contrasto spesso esplicito, ricreato attraverso il colore espressivo, l’ambivalenza della pelle ricolorata, l’acconciatura naturalistica. Ci piace pensare ad una donna di pura contaminazione razziale, un misto di gender antropologici che eleva la natura umana al suo stadio superiore. Una donna oltre i vincoli della sua sessualità, dei ruoli imposti, delle molteplici etichette che la cultura televisiva le sta applicando addosso. Dalle immagini emerge una bellezza diversa eppure conosciuta, un ibrido vivente che porta avanti il nostro approccio e la nostra plausibile visionarietà.
Scrivevo nel precedente testo: “…una riflessione sugli archetipi dello scatto fashion alla Guy Bourdin (artificio, simulazione, perfezionismo iperreale), un cortocircuito surreale in cui la bellezza diviene pretesto visionario, crocevia combinatorio che registra le contraddizioni della società contemporanea. I volti si trasformano in pure fantasie narranti, geografie oniriche tra Enrico Baj e Meret Oppenheim, Arcimboldo e Man Ray. Pittura (Arcimboldo), assemblaggi (Baj, Oppenheim) e fotografia (Man Ray) come terminali storici che si fondono nel multilinguismo fluido di Bolognesi…”
Eccola, una donna artificialmente naturale. Legata ai canoni occidentali ma anche fuori da qualsiasi regime classificatorio. Una donna con la simbologia sintetica del cinema teatrale alla Derek Jarman, del simbolismo incrociato alla Peter Greenaway, della danza butô di Tatsumi Hijikata e Kazuo Ohno, della danza kathak di Akram Khan… le protagoniste di Bolognesi vengono plasmate come creta colorata, misto di materia e spirito che sente la fluidità del cinema e l’inscatolamento del teatro. Sul diaframma di congiunzione (dove Jarman e Greenaway restano indiscussi maestri) ecco la fotografia con la sua sublimazione del bello, la sua fascinazione cromatica e compositiva. Il fondale spinge la figura verso di noi mentre la trattiene, proprio come accade nelle coreografie di Akram Khan, pura concentrazione sul corpo fermo ma dinamico, una sintesi energetica in cui il volto cattura l’energia ambientale e diffonde la sua forza in modo progressivo. Per Bolognesi l’artificio corrisponde ad una seconda verità che plasma la natura stessa dell’archetipo. L’inquadratura ravvicinata incarna il collante che ci sintonizza su una bellezza sperimentale, aliena e plausibile al contempo, ironica e letteraria, controversa eppure coerente.
L’attitudine generale del lavoro si dirige verso i modelli fruizionali del feticismo. Una tensione mai didascalica che sceglie un’espressività riconoscibile, concentrata sul mezzobusto e le valenze energetiche del volto. Bolognesi è la conferma che le meccaniche del fetish possono applicarsi su qualsiasi parte del corpo femminile, rigenerando ogni dettaglio con artifici immobili e credibili. Dal make-up alle acconciature scultoree, dal body painting alle applicazioni ornamentali, tutto ci parla di donne che hanno la propria fantascienza nella memoria atavica (e quindi un senso e una sensualità nel loro esibito artificio). Ed è una vitalità iperreale che nasce da un feticismo poetico, eccessivo per natura artificiale, quasi un’iperbole della bellezza contemporanea. Non capiamo chi siano, né da dove vengano e cosa vogliono. Ma comprendiamo la loro energia “pericolosa”, proprio come accade quando scoviamo una maschera tribale in legno lavorato. L’arte africana è dirompente poiché conserva intatto il suo mistero, non pretende il disvelamento e preferisce nascondere, evocando esili spiragli di scoperta. Pensiamo a Gino De Dominicis, l’artista occidentale che meglio ha compreso il valore del volto misterioso, del tratto sumero e babilonese in una versione tutta privata, senza certezza spaziotemporale. Le sue pitture su piccole tavole rimangono un magistrale esempio di mistero alchemico attorno al volto in primo piano. Rivederle negli ideali percorsi che le mescolano alle maschere tribali, ci aiuta a pensare in modo diverso certi modelli fotografici che indagano la donna come segno di transizione culturale (Matthew Barney, Matteo Basilè, Shirin Neshat, lo stesso Bolognesi…).
Il nero sembra un motivo costante nel lavoro di Bolognesi. Colore di scena e trucco ma anche cromatismo interiore, spazio atavico che agita il metabolismo etico del progetto. Nero delle culture africane, nero del legno combusto, delle profondità antropologiche da indagare. Nero scenografico del teatro plastico, della bellezza meticcia, della notte ispirativa e di una nuova purezza cosmica.
Come scrissi in precedenza: Back in Black…
Gianluca Marziani
Dicembre 2007. Inizio da una frase che avevo usato per la chiusura di un altro testo su Marco Bolognesi. Scrivevo così: Volti che sono la memoria dentro il futuro… e penso che in poche parole riassuma una precisa volontà stilistica lungo la personale metabolizzazione del corpo femminile. In scena compaiono donne al centro dell’inquadratura, icone che l’artista fissa secondo scatti ravvicinati su fondali che esaltano la figura e la sua energia ambiguamente erotica. Soltanto donne in questo gineceo fotografico dove la qualità dello stile incontra la sintesi di uno sguardo. Donne che ci osservano senza tregua, ferme mentre qualcosa sta accadendo sulla loro pelle. Donne come target davanti alle nostre energie, sensazioni, memorie, ossessioni, paure. Noi siamo qui. Loro dall’altra parte: impassibili catalizzatori che costringono ad interrogarci su cosa vediamo per davvero dietro il perfezionismo artificioso dell’immagine.
Donne che giocano con la propria bellezza polivalente, aprendosi agli influssi esterni, ai temi del trasformismo veggente, alle culture altre di un mondo da indagare. Lo scatto fotografico le fissa nel frangente del perfezionismo momentaneo, quando il gesto e le pose diventano atto iconografico. In quel preciso scatto, secondo un modello fotografico che manipola la natura per ideare l’artificio, la figura esce dalla contingenza storica e assume una postura universale. La donna si trasforma in pura immagine, strumento malleabile che raccoglie idee e messaggi lungo la sua presenza scenica. A riprova che l’arte inizia quando il corpo diviene pretesto, quando la fisicità si sublima nell’impalpabile variazione semantica di una nuova composizione figurativa.
Riporto, per correttezza filologica, una piccola parte del mio precedente testo, ribadendo la modalità elaborativa con cui l’artista costruisce le sue immagini fotografiche. “…Il volto diventa un edificio organico da costruire con supporti di variabile complessità scenica. Le professionalità in campo, dal make-up artist agli hair stylist, contribuiscono al backstage progettuale, mettendo Bolognesi al centro di una regia figurativa dove le creatività collaborano in maniera olistica. Ne risultano molteplici icone visionarie: donne su fondali scuri o contrastanti che ci colpiscono in modo inconsueto, messe in scena con la tensione dell’intervento reale e la concentrazione di uno scatto fotografico senza errori… …Un viaggio tra modelle dai lineamenti sinuosi, body painting radicale, acconciature affascinanti. Un lavoro di casting, hair stylist, make-up, fondali, luci di scena, pulizia del dettaglio: momenti tecnici con cui l’artista analizza e ribalta gli stereotipi iconografici della moda…”
Una figura primordiale, atavica, figlia di una memoria profonda che posiziona i nostri occhi verso le culture africane, verso il tribalismo spirituale delle maschere in legno di cui conserviamo letteratura e prove reali. In particolare mi riferisco alle maschere facciali della Repubblica del Congo, espressione matura di uno spiritualismo dalle ragioni storiche e dai valori eticamente complessi. L’energia di quei manufatti emana dagli occhi scavati o incisi, dalle aggiunte ornamentali (conchiglie, raffia, corde, tessuti…), dal sapiente intaglio del legno, dai nasi che catturano la centralità prospettica, dalle pitture che decorano la superficie frontale. Ci sono esempi tra loro diversi, risalenti ad epoche ed usi che danno la misura di ogni singola scelta estetica. Viste assieme indicano un rapporto fortissimo con il corpo, in particolare con la magia irradiante del volto che racchiude la vita e il suo mistero alchemico. Pathos e potenza ruotano attorno alla maschera, a riprova di una centralità del viso umano tra comunità culturali anche lontane.
Similmente al risultato delle maschere africane (soprattutto quelle Mkaki, Mfondo, Mwana phwevo, Kifwebe, Lukwakongo, Ngaady a Mwaash), i volti di Bolognesi si trasformano in maschere smascherate, finzioni visionarie dove gi artifici completano l’identità ideale con la sua fertile qualità estetica. Le acconciature, il trucco marcato, alcuni elementi applicati sono la visione speculare di un’influenza molteplice che procede avanti e indietro, tra occidente bianco e culture nere. Un contrasto spesso esplicito, ricreato attraverso il colore espressivo, l’ambivalenza della pelle ricolorata, l’acconciatura naturalistica. Ci piace pensare ad una donna di pura contaminazione razziale, un misto di gender antropologici che eleva la natura umana al suo stadio superiore. Una donna oltre i vincoli della sua sessualità, dei ruoli imposti, delle molteplici etichette che la cultura televisiva le sta applicando addosso. Dalle immagini emerge una bellezza diversa eppure conosciuta, un ibrido vivente che porta avanti il nostro approccio e la nostra plausibile visionarietà.
Scrivevo nel precedente testo: “…una riflessione sugli archetipi dello scatto fashion alla Guy Bourdin (artificio, simulazione, perfezionismo iperreale), un cortocircuito surreale in cui la bellezza diviene pretesto visionario, crocevia combinatorio che registra le contraddizioni della società contemporanea. I volti si trasformano in pure fantasie narranti, geografie oniriche tra Enrico Baj e Meret Oppenheim, Arcimboldo e Man Ray. Pittura (Arcimboldo), assemblaggi (Baj, Oppenheim) e fotografia (Man Ray) come terminali storici che si fondono nel multilinguismo fluido di Bolognesi…”
Eccola, una donna artificialmente naturale. Legata ai canoni occidentali ma anche fuori da qualsiasi regime classificatorio. Una donna con la simbologia sintetica del cinema teatrale alla Derek Jarman, del simbolismo incrociato alla Peter Greenaway, della danza butô di Tatsumi Hijikata e Kazuo Ohno, della danza kathak di Akram Khan… le protagoniste di Bolognesi vengono plasmate come creta colorata, misto di materia e spirito che sente la fluidità del cinema e l’inscatolamento del teatro. Sul diaframma di congiunzione (dove Jarman e Greenaway restano indiscussi maestri) ecco la fotografia con la sua sublimazione del bello, la sua fascinazione cromatica e compositiva. Il fondale spinge la figura verso di noi mentre la trattiene, proprio come accade nelle coreografie di Akram Khan, pura concentrazione sul corpo fermo ma dinamico, una sintesi energetica in cui il volto cattura l’energia ambientale e diffonde la sua forza in modo progressivo. Per Bolognesi l’artificio corrisponde ad una seconda verità che plasma la natura stessa dell’archetipo. L’inquadratura ravvicinata incarna il collante che ci sintonizza su una bellezza sperimentale, aliena e plausibile al contempo, ironica e letteraria, controversa eppure coerente.
L’attitudine generale del lavoro si dirige verso i modelli fruizionali del feticismo. Una tensione mai didascalica che sceglie un’espressività riconoscibile, concentrata sul mezzobusto e le valenze energetiche del volto. Bolognesi è la conferma che le meccaniche del fetish possono applicarsi su qualsiasi parte del corpo femminile, rigenerando ogni dettaglio con artifici immobili e credibili. Dal make-up alle acconciature scultoree, dal body painting alle applicazioni ornamentali, tutto ci parla di donne che hanno la propria fantascienza nella memoria atavica (e quindi un senso e una sensualità nel loro esibito artificio). Ed è una vitalità iperreale che nasce da un feticismo poetico, eccessivo per natura artificiale, quasi un’iperbole della bellezza contemporanea. Non capiamo chi siano, né da dove vengano e cosa vogliono. Ma comprendiamo la loro energia “pericolosa”, proprio come accade quando scoviamo una maschera tribale in legno lavorato. L’arte africana è dirompente poiché conserva intatto il suo mistero, non pretende il disvelamento e preferisce nascondere, evocando esili spiragli di scoperta. Pensiamo a Gino De Dominicis, l’artista occidentale che meglio ha compreso il valore del volto misterioso, del tratto sumero e babilonese in una versione tutta privata, senza certezza spaziotemporale. Le sue pitture su piccole tavole rimangono un magistrale esempio di mistero alchemico attorno al volto in primo piano. Rivederle negli ideali percorsi che le mescolano alle maschere tribali, ci aiuta a pensare in modo diverso certi modelli fotografici che indagano la donna come segno di transizione culturale (Matthew Barney, Matteo Basilè, Shirin Neshat, lo stesso Bolognesi…).
Il nero sembra un motivo costante nel lavoro di Bolognesi. Colore di scena e trucco ma anche cromatismo interiore, spazio atavico che agita il metabolismo etico del progetto. Nero delle culture africane, nero del legno combusto, delle profondità antropologiche da indagare. Nero scenografico del teatro plastico, della bellezza meticcia, della notte ispirativa e di una nuova purezza cosmica.
Come scrissi in precedenza: Back in Black…

